martedì 5 aprile 2016

Le Scimmie - Colostrum (Recensione)

Sono passati anni da quando mi è capitato in mano il primo ep de Le Scimmie, L’origine, quasi dieci per l’esattezza. Copertina disegnata a mano, disco masterizzato con la marca del cd-rom cancellata col pennarello nero, cartella stampa breve, concisa ma che non diceva niente, quell’ep sembrava quasi chiedere “non recensirmi”, ed io proprio da quelle cose mi faccio ingolosire...ma il problema non era l’estetica, erano proprio i pezzi: registrati male e con poche idee, ancora adesso quel disco è nella mia collezione come uno dei più brutti che mi sia capitato di ascoltare. Non dico questo per chissà quale spirito di rivalsa verso questa band di Vasto che ha avuto negli anni come elemento cardine Angelo “Xunah” Mirolli alla chitarra, quanto per enfatizzare l’incredibile evoluzione sonora che li ha portati da quell’ep al piacevole Dromomania (col quale si sono girati anche l’est Europa in tour) e, dopo 5 anni di silenzio, a questo Colostrum, un mostro sonoro di doom psichedelico fatto egregiamente.
Colostrum è anche il nome della traccia d’apertura, introdotta pacatamente dai synth per poi cominciare a bombardare con un riff granitico e compatto, di quelli che potrebbero durare ore e ti sembrerebbero secondi...ma non basta, perché Angelo, Simone (effettistica) e Gianni (batteria) si prendono il rischio di fermare la giostra sul più bello, introdurre una pausa che rischia di far saltare il banco e riprendere da dove avevano lasciato con qualche variazione sempre più accentuata, riuscendo a non rompere il giocattolo ed anzi a fargli il fiocco e porgerlo come gradito regalo, un regalo fatto di distorsioni possenti come quelle che imperversano nel potentissimo finale. Poi, per chiudere, spazio nuovamente al synth, che per tutti i quindici minuti di durata se ne sono stati lì in sottofondo ad aiutare in maniera preziosa le bordate di chitarra e batteria. Con un’inizio così si può volere di più?
Le Scimmie comunque ce lo danno il di più, a partire dalla seguente Crotalus Horridus, che non perde niente della potenza della traccia precedente ma la comprime in un minor spazio sonoro (neanche cinque minuti) e in una ritmica più serrata, più stoner che doom non fosse per quei suoni roboanti che riescono a tirar fuori, sonorità che gli Ufomammut loderebbero quanto il finale rallentato al massimo, perla anche questa di un pezzo convincente. I padrini della scena doom psichedelica italica sarebbero orgogliosi, e forse anche un po’ invidiosi, di Triticum, che dopo un inizio lasciato ancora al solo synth parte con un riff massiccio su cui una batteria tribale disegna a tratti le sue rullate, per poi esplodere a metà brano in un’ariosa apertura in cui l’effettistica mitiga con levità le sonorità lente ed oscure di chitarra e batteria ed accompagna, dopo un graduale abbandono degli strumenti, ad un onirico finale.
La calma placida evocata in conclusione della traccia precedente viene violata pesantemente da Helleborus, traccia conclusiva del disco che cerca di replicare efficacemente quanto fatto con la traccia d’apertura, pur nella metà del tempo. Stavolta il trucco riesce meno bene però, perché la ritmica più esasperata della traccia (meravigliosamente accompagnata da synth che sembrano imitare sirene d’allarme) si sposa meno efficacemente con la lunga parentesi psichedelica, e neppure il monolitico finale toglie quel senso d’insoddisfazione che deriva dall’essersi trovati a tanto così dalla perfezione e non averla raggiunta. Perché qui io faccio apposta a cercare il pelo nell’uovo, ma che il trio di Vasto abbia sfornato un album incredibile dovrebbe essere chiaro dalle mie parole anche ai ciechi, e senza bisogno di scrittura braille, tipo che metti le mani sullo schermo del computer e già percepisci un “oh la madonna!” che neanche Pozzetto ai (suoi) bei tempi.
Sarò breve e stringato, perché quel che si doveva dire lo si è detto: ottimo album, ad un pelo dal voto massimo, uno di quei dischi che ti fanno credere ancora di più nella musica e mi dimostrano, ancora una volta, che nella vita bisogna dare una seconda possibilità a tutti. Tipo a quei gruppi che esordiscono con un ep scrauso e quasi dieci anni dopo tirano le bombe a mano con gli strumenti.

Voto: ◆◆◆
Label: Red Sound Records



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