giovedì 8 settembre 2011

Butcher Boy – Helping Hands (Recensione)

Col pop scozzese non si scherza affatto quando c’è di mezzo il poeta Blain Hunt ed i suoi Butcher Boy, e con ciò non che sia un’intimidazione dettata da un malevole negazionismo circa l’esistenza e la bravura d’altre band, ma una semplice acclamazione per la raggiunta maturità di questa band “nordista” che in soli tre salti discografici li porta in cima alle charts d’Europa, ma principalmente alla riscossione meritata di un successo popolare che include non solo vanagloria ma anche radicalità.

Helping Hands” è sostanzialmente la conferma dell’originale visione che la band riversa nel macrocosmo poppyes con la cura e l’attenzione di non rimanere impiastrati nell’accomodante e zuccheroso limbo che lo stile nasconde come sabbie mobili; e la mescola riesce alla grande, un gran bel disco che mischiando atmosfere color perla, gocce nostalgiche fine anni ottanta e ballatine sensibili alla luce del sole scorre gradevolmente su mattine e risvegli intorpiditi da sogni in technicolor e voglie di bollenti caffè.

Mandolini, violoncelli ed organo sono messi a disposizione di queste tracce evolute nel loro sistema sonoro e che sposano gli afflati di Tindersticks, Smiths, magari più in la qualcosina di Belle and Sebastian ma senza mai sovrapporsi o tirare linee parallele plagianti, una rilettura personale del proprio animo decadente che approfondisce i retrobottega di quegli anni ancora insufficienti alla mole delle cose che si dovevano – musicalmente – dire; tra le molte piste – 12 – da segnalare la spensieratezza ammusata di “Blue bells”, l’atmosfera nebbiosa di piano, violino e Jackson BrowneWhistle and I’ll come to you”, il raggio solare e brioso di un’armonica sopra una scampagnata in un dopo temporale estivo “Imperial”o la ballata dolciastra che riga e da il nome a tutto il registrato “Helping hands”.

La solitudine è la compagna fedele dei Butcher Boy mentre per chi si avventura nei solchi del disco è un ricco investimento personale di coerenza e ricerca dentro, non solo per chi negli anni ottanta si era svuotato di tutto ma anche per chi, sempre in quegli anni senza potassio e ferro, arrivò nei novanta al limite di tutto, e loro, dalla lontana Glasgow, paiono aver visto giusto - dopo tanti anni col senno di poi – dove non cadere e dove tirare dritto. Grande saggezza!

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Damaged Goods Records 2011

0 comments:

Posta un commento

 
© 2011-2013 Stordisco_blog Theme Design by New WP Themes | Bloggerized by Lasantha - Premiumbloggertemplates.com | Questo blog non è una testata giornalistica Ÿ