lunedì 10 settembre 2012

The Vaccines - Come Of Age (Recensione)

Non succede quasi mai che tra comuni mortali, specie se musicisti, di poter trasformare nella vita qualsiasi cosa che contempli il suggello “la seconda volta” in un miracolo tangibile, tattile e, come in questo caso, ascoltabile; duplicare, bissare nella discografia è cosa per pochi eletti e quando capita quello si che è un miracolo da tener conto. “What Did You Expect From The Vaccines?” alla sua uscita è esploso come una bomba di freschezza e novità, una folgore a ciel sereno (tanto per stare in linea con misticismi) tanto che il prode Justin Young ed i suoi The Vaccines hanno pensato che dare alle stampe questo nuovo lavoro “Come of Age” e battezzarlo come il sequel degno di quella portata sonora, ed è qui che le ciambelle stanno cercando il proprio buco.
Il quartetto londinese sforna queste dodici canzoni paradossalmente “con i toni dimessi dei grandi dischi”, come velati dal tempo che è poi relativamente corto nel suo raggio, certo vive lo strombazzamento altisonante di un brioso post-punk, schizzato negli anni sessanta, convulso, elettrico come un filo scoperto vicino all’acqua, pronto a sciupare kili e kili di watt pur di farsi ascoltare nella dimensione internazionale come il fratello maggiore, ma l’andazzo totale convince al venticinque per cento, tutto gira come una vetrofania del già citato fratello maggiore, una stanca prova danzereccia forse dai risvolti meno sgraziati ma che non fa fare un frizzo in più dell’onesto ascolto; capita passando in rassegna la tracklist di risentire risuonare in testa certe melodie e certe aperture strumentali che fanno capire che il valore giusto di questo disco non è di ricercare la strada in avanti per impreziosire l’indie rock, ma di un disco alibi che prenda tempo, un girare a vuoto per mancanza d’idee ben precise e di tiri sonori accattivanti per dare seguito a questa parabola fulminea che sono stati fin d’ora, ma credo che tutto questo “pretesto” non  durerà a lungo, l’esperienza avuta con tante band nelle stesse condizioni ci permette di dirla tutta ed in sincerità.
 Tuttavia per rimanere su un ascolto superficiale, tutto funziona come in un juke-box, belle corse chitarristiche lungo gli anni sessanta “No hope”, “I always knew”, “Teenage icon”, la psichedelia folk “All in vai”, poi tutto comincia a vacillare in una deriva indecifrabile “Aftershave ocean” che, sommata alla sensazione di angoscia tardo romantica che spurga da “Lonely world”, fa rimpiangere amaramente qualsiasi cosa che suoni in qualsiasi altro disco.
Forse un lavoro, come si diceva sopra, d’alibi? Speriamo e per il momento possiamo (tanto per fare qualcosa di ritemprante) guardare la nostra collezione di farfalle dell’ex Congo belga.        

Voto: ◆◆◆◇
Label: Columbia 




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