martedì 29 gennaio 2013

The Weather Machine - Mr. Pelton’s Weather Machine (Recensione)

É uno di quei nuovi cantautori/menestrelli che girovagano tra nuvole e campi fioriti, viene dal Mid-West, Oregon, è armato di un dolcissimo pop-folk stratificato, si chiama Slater Smith ma in arte ha preso il logo The Weather Machine, dall’invenzione di un marchingegno creato da Lee Pelton, rettore della vecchia Willamette University di Portland, una macchina in grado di procurare raggi solari così da sconfiggere la copiosa pioggia che cade ogni anno in quel dell’Oregon, e lui, studente di questo ateneo e affascinato da questa leggenda, chiama il suo lavoro discografico “Mr. Pelton’s Weather Machine”, un lavoro di una delicatezza ed istantanee teller magnifiche che si prendono da sole l’attenzione giusta che occorre.

Pop-folk che assume forme e modulazioni fresche e timide, canzoni definite da coffee house, da poetry corner o addirittura da solitudine busker, ma con la straordinaria forza tenera del raccontare sogni, nuvole e soffi di Dylan e Josh Ritter a completare la tela color cielo che la tracklist tinge e stinge a seconda della volumetria interiore che scorre al momento; più che dieci brani in scaletta meglio dire dieci momenti in fila per aprire lo spirito e ritrovarsi in pace con se stessi, con il proprio io; ogni brano è stato scritto nei bui sotterranei di Portland, un modo di fermare immagini e pensieri senza lo sfocamento della visione, ballate che eludono la triste quotidianità per far librare la mente in alto, tanto in alto sia nella convinzione quanto nella melodia.

Belli i ricami acustici di “Annie caught a plane”, “Force field” con quei riporti idealistici di vaghi Kristian Matsson e Brendan Hines, ma anche le grezze spennate di “Leviathans get lonely”, il dulcimer di violoncello di Matthew Cartmill che innalza “Lilium”, la tristezza solitaria che occhieggia nel blues-gospel “Slow dance slow”, non c’è nulla da sprecare o da rimettere su più tardi, tutto è un’eccellente reputazione di magnifico songwriting che dall’Oregon boscoso arriva a passo di gatto per decalcificare il nostro modo di sentire musica mai perfezionato nella nostra mente. La leggenda di Mr. Pelton è realtà, niente di più vero e tangibile, il marchingegno funziona eccome, The Weather Machine quei raggi di sole ce li ha portati, e Lee Penton può seguitare a dormire sonni tranquilli. Garantito!


Voto: ◆◆◆◆
Label: Old Jupiter 2012

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