martedì 9 aprile 2013

Gli Altri - Fondamenta, Strutture, Argini (Recensione)

Gli altri siamo noi, Umberto Tozzi, anno di grazia sarcazzo chi se lo ricorda. Sembra strano ma a me quella canzone da piccolo piaceva, mentre ora solo a sentire nominare Tozzi mi vien da stare male. D'altronde non è che mi senta di capirne molto di più ora di musica, infatti non ho mai capito bene cos'è il post-hardcore. Cioè, ho usato 'sta definizione in un sacco di recensioni, ma ho avuto sempre il vago sospetto che fosse una di quelle formule da usare quando non sai veramente che cazzo dire. Prendiamo i qui presenti Gli Altri, ad esempio: mi viene da definirli post-hardcore, ma la definizione è azzeccata? Wikipedia dice che il post-hardcore è unione di hardcore punk e post punk, ma negli anni i confini si sono fatti labili e il rischio di mettere nel calderone chi non c'entra un cazzo è alto. Però questo Fondamenta Strutture Argini suona incazzato, sperimentale e ogni tanto pure arioso, come se ci fosse una certa influenza post rock che mi può pure giustificare il 'post'. Quindi taglio la testa al toro e per gli amici delle etichette chiudo questo preambolo inutile dando per assodato che Gli Altri siano un cazzutissimo gruppo post-hardcore.

Un cazzutissimo gruppo che pesta di brutto fin dall'iniziale “Oltre Il Rumore”, batteria marziale e distorsioni amalgamate in un muro sonoro che fa impallidire, il tutto condito da un cantato grintoso che urla in faccia tematiche di disagio esistenziale senza fronzoli o vocalizzi e che sparisce giusto il tempo per lasciare una piccola pausa in cui gli strumenti rallentano e creano architetture noise per il tempo necessario a rendere la cosa interessante e non stucchevole (fiatone, quante parole senza virgole di mezzo). La stessa grinta, cupa e disperata, la ritroviamo quasi ovunque nel disco, dalle strofe scarne ma cariche di tensione di “All'Orizzonte” pronte a fare spazio a ritornelli al fulmicotone fino alla falsa calma innescata da un arpeggio di chitarra mellifluo nella nervosa “Le Difficoltà Del Volo”, un pezzo dove più che nel resto dell'album la struttura geniale con cui è costruito emerge al di sopra delle distorsioni. In un'atmosfera opprimente come “il silenzio dei cantieri costruiti nella notte” (di nuovo “All'Orizzonte”) fa strano che appaia un po' di luce, ed è compito della strumentale “06:33” occuparsi della questione, portando con sé influenze post rock che permeano pure la parte iniziale di “Cera” e soprattutto “Instanbul”, forse il pezzo migliore del disco.

Anche in questo caso parlano solo gli strumenti partendo da un basso distorto e delayato dalla forte carica evocativa, ma in questo caso tornano al linguaggio del disagio, e se anche l'atmosfera creata non mi evoca per un cazzo immagini della capitale turca chi se ne frega, l'importante è che per quasi 7 minuti sono caduto nel vortice di strumenti che vagano sempre sulla stessa linea musicale nascondendolo come dei prestigiatori e ficcandoci dentro ad un certo punto rumorismi noise (un violino impazzito? Chi può dirlo) che rendono il tutto perfetto. Si chiude con “La Falena”, rallentando sempre più nel finale di una canzone che fa sfoggio orgoglioso del reading come già successo in piccole porzioni di “Il Mio Solo Spazio Possibile”, caratteristica che meno mi è piaciuta sinceramente di questo FSA

Tozzi si è sbagliato: Gli Altri sono loro. E meno male, che io un disco del genere non riuscivo a scriverlo.






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