lunedì 3 febbraio 2014

Have a Nice Life – The Unnatural World (Recensione)

L’impatto del doppio Deathconsciousness, quasi un concept sull’esasperazione emotiva decodificata attraverso una rete di simboli religiosi, è precedente ingombrante per The Unnatural World: la mastodontica opera prima grava minacciosa da una distanza di sei anni, risucchiando da subito il nuovo incubo sonoro nel suo pozzo estetico di distorsioni oceaniche, densità impalpabili e soffocanti coltri sonore.
L’afflato monastico irrompe con stanco ma solenne incedere in "Guggenheim Wax", i cui controcanti intrecciati sono sovrastati da una nebbia di riverberi siderali; l’impenetrabilità del suono crea un magma insostenibile che avvince morboso, sciogliendosi in una scia di sfinimento. "Defenestration Song" è il primo dei picchi nervosi che puntellano il disco come dardi di un martirio, con chitarre glaciali e percussioni bidimensionali degne dei Sisters of Mercy di "Some Girls Wander by Mistake"; la nevrosi si replica dopo qualche brano in "Unholy Llife", che esordisce secondo una wave minimalista e deflagra poi in un’entropia sconfitta.
La sostanza del lavoro è tuttavia un logoramento dilatato, in cui scenari onirici si deformano in lucida desolazione, solo adombrando innocenza e scrutando all’orizzonte i segnali di un’epicità potenzialmente scintillante. "Burial Society" ammanta le nenie melodiche dei Current 93 di una patina d’ombra e residui metallici, disperdendosi nei minuti in una climax di disperazione cosciente; la stratificazione di voci e disturbi sonori in "Music Will Unntune the Sky" genera un canto liturgico straziante, mentre i minuti iniziali di "Cropsey" preludono a un lontano tuonare percussivo, che trascina il flusso materico delle distorsioni deliranti. Il presagio dell’arcano domina "Dan &Tim, Reunited by Fate", litania meccanica che sembra arrestare il tempo nella sua circolarità, prima di suggellare l’opera con l’imitazione dell’eterno di "Emptyness Will Eat the Witch": note ecclesiali sommesse privano le ritualità dei Death in June di qualsiasi piglio caparbio, innalzando un’invocazione abbattuta di voci che si propagano prima di spegnersi sul pianoforte, come astri morenti all’alba.

L’opera del duo statunitense rivela che complessità intellettuale e non convenzionalità sonora operano meglio se celate, dietro le quinte di un paesaggio interiore esposto con disarmante evidenza; l’efficacia di un disco in quanto prodotto artistico risiede principalmente nel potere di trascinare in un’atmosfera mentale ed emotiva definita, senza dare scampo sino all’estinguersi delle ultime note.

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: The Flenser/Enemies List

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