giovedì 6 ottobre 2011

John Hiatt – Dirty jeans and Mudslide Hymns (Recensione)

John Hiatt – Dirty jeans and  Mudslide HymnsCon “Open Road” la crisi creativa che aveva attanagliato il grande artista d’Indianapolis John Hiatt è letteralmente scomparsa per fare poi posto a questo straordinario “Dirty jeans and Mudslide Hymns”, la magniloquenza del folk-rock tramutata in un’ispirazione ritrovata, vera, saggia e potente, in ogni caso nuova senza inciampare nel tirare a campare di rendita col passato e che fa risalire le quotazioni Hiattiane a livelli top.

Stupende ballatone southern fosche, piene di polvere e detriti, cantos tra slide e lapsteel che indagano nell’Americana dei borders, balordi, diseredati, baldracche, alcolizzati, Muddy Waters, il soul della malinconia e tutto quel romanticismo rurale e calloso che si ascolta come a cavallo di una Thunderbird di seconda mano o sulla groppa di un ronzino annoiato e testardo; prodotto da Kevin Shirley e accompagnato dai fidi Patrick O’Heam, Kenneth Blevins alle ritmiche e Doug Lancio alle chitarre, Hiatt non smentisce il suo stile che fa epoca, i risvolti color sabbia di avventure nelle pieghe dell’America di provincia, dei corral del cuore e delle staccionate della memoria che legano l’anima di queste undici tracce struggenti e animate da uno spirito sempre in fermento, dirette tra pancia e testa a riscaldare, perché no, le speranze di una provocazione dal basso.

Il consueto odore di fieno e malto in ebollizione è la prerogativa di ogni disco di Hiatt, il vero sentore che accompagna fraternamente ogni sua nota e storia, che lo circonda e da spessore ad ogni singola virgola musicale che il chitarrista mette in mostra tra acustiche ed elettriche vicissitudini; c’è libertà nel caracollare di “Train to Birmingham” e “Damn this town” che sembrano uscite dall’inchiostro di un romanzo di James Cumley, si riflette nelle oscurità folk di “Down around my place” come nello slow field di “Till I get my lovin’ back”, si torna a sorridere al sole con la giocosità di “I love that girl” e si va in “canicola” dietro le stupende forme rotonde di “All the way under”, stupendo country-blues (manna per Ben Harper) ricamato da banjo, lap.steel e fisarmonica che ti da in pasto alle giuggiole senza pensarci su due volte.

Con “Adios California incastonata dalla lap steel di Russ Pahl, Hiatt ci regala un passaggio per il sud-ovest scosceso di poesie e terre bruciate, ci porta lungo le terre di libertà e di serate fresche e chiare, come un eterno sognatore che non ha voglia di morire.

Disco capace di frugare dentro il nostro dentro.

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: New West 2011


1 comments:

Angelo M. ha detto...

Ho amato John...Ha scritto una delle più belle canzoni d'amore e speranza della musica rock (HAVE A LITTLE FAITH IN ME http://youtu.be/-RWEseP-ouk ) Ho sentito/visto solo il video qui allegato e John mi sembra tornato dalle parti di BRING THE FAMILY e SLOW TURNING...

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