sabato 28 gennaio 2012

Kutin – Ivory (Recensione)

Kutin – IvoryDa non credere, per smorzare di non poco l’arroventato ascolto quotidiano di tanto rock et simila, speravamo in qualcosa di sonoro che potesse favorire, che so, magari con un atmosferico ipnotico, quel momentaneo fabbisogno atroce di pace sensoriale e vibrazioni anestetizzanti; non è dato sapere quale sia il Santo intercessore, ma detto fatto, tutto si è avverato con l’arrivo di “Ivory” del musicista viennese Kutin , che attraverso il fluido placentare, l’amniotico sogno opaco che gravita dentro il suo album, ha costruito straordinari abissi sonori dove far immergere l’ascoltatore.
L’artista austriaco, sperimentatore di bollori, gorgoglii, flussi meccanici di profondità sonore e stati d’incoscienza programmata. pare voler instaurare un dialogo a distanza con le memorie del tempo attraverso dieci tracce che trasmettono rumors ed effetti galattici, submarini e astrali, propedeutici, immaginari e virtuali canti di balene in amore che cedono, nel raggio d’azione della tracklist, spore ed elementi vitali d’estatico stordimento; una continua tensione emotiva di field recordings e leggiadri drone cadenzati fanno da trainspotting tra realtà e subliminazione uditiva che certe paratie della psichedelia drogata ancora ne devono veder passare. Un registrato che si muove con aure notturne e del colore blu del ghiaccio, silenzi e viatici che inseguono con passo felino le asimmetrie di Dan Froberg, i sintetizzatori analogici degli Isan, i pianoforti accennati di Nono e l’ambient stellare che costituisce companatico per le ricette ambient di Oneohtrix Point Never compresi tutti gli altri cataloghi fumosi della Nija Tune; Kutin respira oltremodo quell’aria del Nord frosting che band come Sigur Ros, Labradford immettono nel circuito lamellare della ionosfera da tempo, ma qui appunto è la differenza tra il loro mainstream e questa propulsione schietta, e cioè a far sì che la visione “d’orecchio” prenda la gestione totale delle idee allo stato puro e non per mero calcolo “discografico”.
Detto questo il viaggio diventa tattile, liquido nelle sue lunghezze d’onda “White desert”, romanticato di sfioramenti chitarristici “After the plague”, pregno di echi ancestrali e vagamente asiatici “Storb”, riverberi, crepitii lunari, forze centripete che, nei dodici minuti e trentaquattro secondi della suite “Lonesome monster”, tagliano direttamente il collegamento con la gravità terrestre fino a che, all’improvviso, un temporale divino ti strappa dal sogno e ti riporta a terra, stropicciato.
Con la mente non ancora perfettamente in bolla dopo questo allucinato benessere uditivo, quello che ti viene in mente è Verne, Lynch, un morso ad un Peyote trafugato da un LdL e una botta di LSD legale che Kutin - questo nuovo “corriere cosmico” – spaccia alla luce della notte, tra un “ pensiero stupendo” e un sonoro vaffa minimalista ai damerini del “no-Age”
Ascoltatelo bene, ma non prima di aver detto bye-bye alla normalità.

Voto: ◆◆◆
Label: Valeot Records

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