sabato 26 maggio 2012

Boxeur The Coeur - November Uniform (Recensione)

Di uniforme, l’ultimo lavoro solista di Paolo Iocca (Franklin Delano e Blake/e/e) qui nelle vesti del progetto Boxeur The Coeur, ha forse l’espresso riferimento alle tonalità avant electro freak. November Uniform si risolve nell’essere una sorprendente miscellanea di melodie che in qualche modo – con lo stesso straniamento che si prova nel mentre di un fortissimo deja vu – riescono a svegliare le nostre sinapsi e ricordarci qualche motivetto, vecchio, nuovo (Stormily Reassuring suona benissimo come prodotto avanzato di Byrne e soci). Anche futuro, si.
C’è altro di mezzo. C’è l’estro creativo di chi tocca l’inconscio per farne assaporare frammenti di lucidità dai bordi evanescenti quanto ologrammi. Passati vortici sincopati elettronici dell’intro-track Forewords, si viene catapultati nella corale e scanzonata Our Glowing Days, una rielaborazione degli Arcade Fire (nella sintesi di We Used To Wait con i giri di Sprawl II , per la precisione). Immediatamente dopo, si è tra i New Order e i DEVO (o qualsiasi altro tipo di elettronica 80s e magari germanicamente roboante) con Essay On Holography; si va avanti e dentro un pezzo della Alguire ne Low Tide Lost At Sea, un puro concentrato di ambient e dream pop, un intermezzo strumentale tra i primi 5 pezzi ed il resto del mondo di Novembre Uniform.
Un album che si muove e cresce come una sorgente di pura ‘musica’, famelica e tortuosa, fatta di suoni armoniosamente incastrati fra di loro che di veri e proprie strutture musicali. Quella di Boxeur The Coeur è una costruzione che si srotola nell’orecchio dell’ascoltatore come filamenti proteici di DNA, nello spazio minuscolo e infinito di una cellula. E’ un gioco di tonalità e riverberi che suona alla coscienza, al nostro Es più censurato come un simpatico gioco di parole che sa di primordiale. Un po’ come sciogliersi in bocca il nome stesso, del resto.  Immortal Bliss è una perla rara di dolcezza e sensualità, tinta da atmosfere Air (esattamente, quelle della soundtrack di The Virgin Suicide), sfocate quanto un filtro Lomo per Instagram e che si chiude dopo 7 minuti e più in un joyciano stream of consciousness. A Minimal Anthem è una corsa contro il tempo che riduce al minimo la possibilità di darsi parole a cui inneggiare. Ogni pezzo si tinge e trasmuta in un’esperienza extrasensoriale, esattamente come un paziente eterizzato su di un tavolo operatorio, a metà fra sonno e coscienza. E in fin dei conti, va bene così. A metà fra tutto e nulla, rimandi ed epifanie che sopraggiungono solo all’ultimo, per poi fermarsi nel vuoto, e ricominciare in un altro pezzo.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Trovarobato



0 comments:

Posta un commento

 
© 2011-2013 Stordisco_blog Theme Design by New WP Themes | Bloggerized by Lasantha - Premiumbloggertemplates.com | Questo blog non è una testata giornalistica Ÿ