giovedì 31 maggio 2012

Terzopiano – Treppi Eppi (Recensione)

Mmmmmmm, tira aria buona dal terzo piano, qualcuno metterà questo “Treppi  Eppi” dei salernitani – appunto – Terzopiano e vi guarderà con una smorfia canagliesca, il ghigno canagliesco rivelatore di un pandemonium elettrico che da qui a poco ammorberà di rock ibrido l’aria e le debolezze del pop. Nella testa  di chi ascolta rock, non sfuggiranno certamente queste cinque tracce infilate in un eclettismo sonico che struscia come uno spacely assorbente, con tanto di svisi di chitarra drogati di anni sessanta, insofferenze waveing, i mal di stomaco Verdenici e tutta l’urgenza di camminare all’incontrario dell’eternità, che, come declamò mesi orsono un J Mascis al Rolling Stones americano, “quello che tradisce è proprio l’eternità che non esiste”, costituisce l’assicurazione di riflesso che la band è dalla parte del battistrada giusto.
Cinque tracce che si animano in un’inaspettato presente, opportunamente amplificato, distorto ed arroventato, illuminate da un lavoro veramente ben fatto, ben arrangiato, fermo nella spiritualità dei contro cazzi underground e proiettato in quei sogni perversi rock che non danno pace, che dannano l’ascolto come dopo una ingozzata di caffè bollente; il rock italiano spesso non gode di ottima salute, troppo derivativo e con gli ormoni a zonzo, mentre ascoltando questo debutto vive la sensazione a ritenerlo come uno dei “migliori” prodotti sonori di questi ultimi mesi, un disco nato “altro”, differente, che ha la giusta fretta di confrontarsi con i “gruppi maggiori” e che trova nell’espressività movimentata i suoi momenti salienti a rivoluzionare le acque ferme, stagnanti del sottobosco rocker.
L’autonomia dei Terzopiano è rischiarata dallo shuffle grunge che picchia forte “Lampioni in caos”, vive nell’Arezzo dei Negrita Supermarioblues”, sobilla energia nascosta in “Non è un problema nostro”, si colora di grigio-wave al sapor di progressive “Non pregare mai” fino a cadere nel pop da sala d’aspetto de ”La mira”, l’unica traccia che fa a cazzotti con tutto il lotto, ma un peccato si perdona a tutti, che non va ad incidere sulla “incisione” della band salernitana; come tutte le band, anche loro sembrano sempre più scorticati da forze contrapposte, melodia o rumore? Rimanere puri o sfondare il muro indie-rock da classifica? Al momento il quartetto si mescola bene tra l’unicità e la sorpresa, poi – come in tutte le cose – ognuno ha la libertà di costruirsi la frusta per il proprio deretano – tradotto – culo!         

Voto: ◆◆◆◆◇
Autoproduzione 





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