martedì 17 luglio 2012

The Cribs - In The Belly Of The Brazen Bull (Recensione)

Tutto arriva e tutto passa, niente e nulla rimane appiccato per eterno se non qualche mitologia o santità inespressa, fatto è che i tre fratelloni Ryan e Gary Jarman dello Yorkshire, insieme a Ross alla batteria e Marr al basso, i The Cribs per il mondo rock, abbandonate le traiettorie lo-fi degli inizi, si allineano alla scuola di pensiero che “riprendersi i 90 è bello”, ed in quattro e quattr’otto – dopo un triennio di pseudo-autonomia - ribussano alla porta di Albini e si fanno riconfezionare dalla A alla Zeta tutto il guardaroba sonico sullo stile del rock indipendente Americano, appunto quello che nei novanta dettava legge al mondo intero e faceva sbavare orde di musicisti in erba (ops ma in fondo calza a pennello pure questa).

“In the belly of the brazen bull” – quarto album della loro discografia - nasce con quello spirito stazzonato ed arruffato, i Pavement come crocefissi da idolatrare ed i Dinosaur Jr. come fate da esorcizzare in benevolenza, e quelle cascate storte e distorte di chitarroni amplificati che fanno sound a manetta e che riportano i neuroni a quelle serate alternative, young wave e antagoniste agli indie-poser persistenti; un disco che si accaparra immediatamente la voglia di tornare indietro, di essere sound da massa, musica per “organi caldi” e sangue elettrico per palcoscenici festosi e festivalieri, ma anche con una voglia matta di prestarsi in qualche frangente alle gomitate interiori del brit-pop non come velleità di rivalsa bensì come un costante abbraccio virtuale tra continenti sonici, America ed Inghilterra.


Quello dei The Cribs continua ad essere in fondo un sodalizio col “forever young” che non vuole abbandonare il citazionismo di gruppo, ma è questo amore improvviso per gli anni Novanta che li fa girare con una energia e vitalità esemplare, sopra le proprie forze e mai sopra le righe, magari qua e la qualche esplicito riferimento strettamente marcato come i Weezer che ciondolano in “Jaded Youth”, ogni tanto passano, come una ronda blislacca, sensorialità alla Sonic Youth, il brit-pop accennato prima “Glitters like gold”, “Uptight”, “Like a gift giver” e quegli inni al pogo scatenato che da “Chi-town” mischiati poi alle coralità mid-punk di “Arena rock encore with full cast” riportano integri quei sogni di gloria, onnipotenza e sbornia di una generazione, quella post-durante e dopo il grande vaticinio del grunge, che non vuole azzittirsi e tantomeno morire nella storia.


Micidiale. Tanti ci trovano nella tracklist anche sentori di Japandroids, ma forse è quella sbornia che tarda a piegarsi in un sonno.


Voto: ◆◆◆◆
Label: Wichita/V2 2012


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