lunedì 13 agosto 2012

Audrey Ryan - Thick Skin (Recensione)

Per molti versi il tendere orecchio verso dischi rilassanti come questo che sto per presentarvi, invoglia alla vita come una robusta dose di vitamina ottimista, uno di quei modi di allungare la vista oltre i propri orizzonti cupi per agganciare almeno un raggio di sole che pendula da qualche parte. Cresciuta a pane e Beatles per parte di padre, la bella Audrey Ryan, cantautrice del Maine, avverte l’esigenza – crescendo interiormente – di abbracciare filosofie musicali che vadano oltre i canoni classici, e da questo travaglio peculiare nasce “Thick skin”, dieci melodie chamber-folk venate di psichedelica soffusa che va ad esplodere ed implodere alternativamente tra modulazioni e tratteggi bucolici che - non convenzionalmente – importano bellezza e stupori.

L’impianto sonoro è persino esplicito nel suo buon eco frizzante, un contesto generale che ha il compito elegante di svolazzare nell’aria come una cometa teatrale che fa una carrellata di situazioni ed atmosfere nelle quali paiono rinvenire da dietro le partiture le guide armoniche di Aimee Mann, qualcosa di Daniel Johnston e gli strass magici di una Bjork bambina, terribile bambina; la Ryan sembra una Alice alla conquista di qualcosa, qualcosa ben oltre il mero successo discografico (quotatissima tra il cantautorato indie degli States), magari una conferma assoluta di diventare futura regina spodestando la stessa Bjork, ma nell’attesa non si adagia su giudizi positivi e necessità fatte virtù, piuttosto crea un arte personale che è veramente “diversa” ed interessante. Tutto è soave e suadente, ondulato come il pop da musical “Wherever you are”, “Way I am”, tenerissimo nella trasformazione “I need the blues”, posato negli accenti poppyes della fenomenale “Nostalgia” come dondolante tra ancie e ottavine walzerate nella ancor più bella “Easy” che si trascina dietro setose nostalgie folk e il peso virtuale della poetica dell’oggi di Colin Meloy dei Decemberist.

Una cantautrice che inzuppa la nuova scena alternative di good vibrations con una dolce scanzonata malinconia di fondo che si fa brezza ed esortazione a riagganciare quel raggio di sole di cui sopra. Dieci e lode.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Folkwit Records

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