martedì 14 agosto 2012

Lips Against The Glass - Vivid Colour (Recensione)

Certo, dover parlare di musica così capita davvero poche volte. Ma una volta messa mano alla tastiera, di sicuro non si può fare a meno di continuare a scrivere di getto, lasciandosi guidare dall’istinto così come queste tracce impongono. Dieci tracce che seguono esattamente la linea del “carpe diem”, dalla concezione all’esecuzione, qualcosa che il trio bolognese ci tiene a far percepire sin dalla primissima, fluttuante e ritmata traccia “Am”. Apertura che abilmente riesce a sviluppare intrecci di ambient e shoegaze, trasportati su di uno scuro nastro di elettronica, sfumati da una voce che riesce a trovare il giusto equilibrio, non richiamando l’attenzione solo su di sé.

Così i Lips Against The Glass, con il loro primo album “Vivid Colour”, in poco meno di un’ora riescono a catturare in pieno il senso dell’immediato, rapendo l’ascoltatore in una sorta di estasi. Estasi che quasi prende forma nei sei minuti di “Not Another Try”, in cui non sembra esserci spazio per vividi colori, ma piuttosto per cupe ed impenetrabili atmosfere, le stesse che possiamo riconoscere in copertina. Ma quell’attimo, esattamente come l’ossimoro cupo – vivido,  pare già superato.
Infatti si passa subito a “That Moment” pura esplosione di ambient, in cui il preannunciato stupore di cui sembra intriso l’intero progetto, riesce a sorprendere comunque,  grazie non solo alla voce ma anche al suono che quasi gonfia le cuffie.

Eppure c’è sempre spazio per l’emozione, creata ancora ed ancora dall’estemporanea sperimentazione, devota al caso, ma studiata ad arte, matura tanto da essere sentita vivida come nella melodica e tintinnante “Martina” e in  Tremolo”, in cui l’acre synth riesce a temperare il dolce suono della chitarra.
Viaggiano lenti invece su “Keep Focus” che sembra quasi un intro alla finale e irraggiungibile “Violin”che riesce a chiudere alla perfezione la filosofia dell’attimo vissuto e dello stupore che in modo esemplare i LATG hanno saputo imprigionare nelle loro canzoni.

Lavoro che pare non fare una piega, che riesce a colpire e soprattutto scolpire i colori di quell’attimo, bello o brutto in ogni caso agognato, ma che una volta svanito vorresti riuscire a riafferrare in tutti i suoi particolari. Album che sembra dare voce al pensiero di Ernst Bloch : “L’attimo è una pulsazione impalpabile che preclude ogni esperienza vitale: non può essere colto se non nel momento in cui non c’è, quando è già passato e quando deve ancora venire”.

E che questo attimo duri a lungo, più a lungo di una traccia di rossetto su un bicchiere.

Voto : ◆◆◆◆◇
Label : Seahorse Recordings



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