giovedì 23 agosto 2012

Julia Stone - By The Horns (Recensione)

Dio li fa e poi l’accoppia, non c’è santo che regga, quando le cose funzionano a meraviglia conviene sempre allungarle fino a nuovo capitolo, e così la premiata ditta Angus & Julia Stone (fratelli di sangue), dopo l’exploit del bellissimo Down The Way, tornano a giocare con i loro sentimenti amarognoli e rilassanti di malinconia e terre folk-pop, tornano a dialogare con una voce tremula e nel contempo sofferta che si fa carico e trasporto di collimare con quella di Martha Wainwright, forse solo un imparentamento casuale, ma l’emozione che ne secerne è la stessa.

La regina triste, comunque, di questo nuovo “By The Horns” è sempre lei, l’australiana Julia Stone, che più passi in avanti fa e più si lega ad una particolare fascinazione per un certo “shoegazer folk” che ribadisce una vocazione artistica a farsi guidare dalle memorie del passato, con la consapevolezza che le apparenze degli effetti e delle visioni nostalgiche si vadano tramutando in perle di valore indie cariche di quel pathos - ora astratto, ora reale – che regala melodie erranti come i sogni indipendenti; come sempre un album franco nell’ispirazione e tenero nella stesura, ricco, succoso di spleen tanto da far chiudere gli occhi e spaziare nella resina intimista fino a rimanerne inglobato come un insetto per l’eternità.

Gira molto nella tracklist di quell’innocenza naif che ti fa sentire come al cospetto di un foglio di carta zucchero dove disegnarci sopra tutto quello che ti capita in testa, uno spazio dove tirare linee e cerchi per rappresentarci la tua emozione di quel dato momento, specie al passaggio della stupenda quanto friabile ninnananna ritmata “Bloodbuzz Ohio”, il sospiro di cielo “Justine” o la preghiera di campo fiorito “I’m here, I’m not here”; una scaletta affollata di grazia e decadenza, un piccolo miracolo musicale da ascoltare in silenzio perché della consistenza immateriale di una bella bolla di sapone, e dunque ogni mossa fulminea potrebbe distruggerne la forza diabolica della bellezza, come le vele aperte Floydiane che portano “Break apart” a volare all’insù, tanto all’insù fintanto che “The line that ties me” con quel languore profondo alla Tim Buckley, ti divora quella pompa sussultante chiamata cuore.

Dall’Australia non solo leggende sciamaniche e ritmi di stupendi presagi, ma anche la consistenza irreale di una forza magnetica dai colori ocra dell’immaginifico sentire.

Voto: ◆◆◆◆
Label: Nettwerk 2012


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