venerdì 31 agosto 2012

Shelly Johnson Broke My Heart - We Own The Afternoon (Recensione)

Giunti al primo full lenght e visti recentemente prestarsi alla compilation tributo ai Codeine I Hope It Shines On Me nella personale rielaborazione di New Year's , gli Shelly Johnson Broke My Heart sembrano affermarsi come una delle realtà in ascesa della penisola.

Se tra le mani avete “We own the afternoon” potrete dire di possedere non solo il pomeriggio, ma anche uno dei più eclettici album usciti nell’ultimo anno.
Sette tracce, venticinque minuti nei quali gli SJBMH, con il loro power pop, riescono a riempire alla perfezione il tempo che potremmo impiegare a trasformarci, proprio come accade alla dolcissima Shelly, affabile moglie ma anche amante vendicativa .
Originale quanto il loro moniker, questo lavoro dimostra non solo una certa maturità, ma anche la voglia di stupire quanti ancora pensano che avere un tono nostalgico possa essere sinonimo di monotonia.
Con la giusta fusione di shoegaze, nu-gaze, post- rock e post- punk, il trio riminese arriva alla produzione di un album che lascia davvero tutti con il fiato sospeso e la voglia di riascoltarlo più di una volta, fosse anche solo per il gusto di non voler interrompere il fantastico passaggio dal passato al futuro.

Si parte con l' intro di “Prostitutes” che ci riporta con i suoi riverberi nel passato,  tra delicati accordi di chitarra che aprono ampi scenari a veloci flashback, - messi in ordine dal tempo della batteria che non sbaglia un colpo -, e un consistente basso che si impone lungo tutto il viaggio. Il passaggio successivo  di “John Krasinski”, pian piano si allontana dal passato, si accorge della forza del presente e si chiede “what have they all been through?”; una forza che non fatica ad esplodere grazie all'energia delle voci, e al sostenuto ritmo dato da batteria e chitarre che velocizzano non poco la corsa verso le tracce successive.

Tracce che ancora per un po’ si soffermano sul presente, dirette tuttavia verso un futuro che non sembra abbandonare l’inquietudine che pervade testi e melodie. Ci si trova, infatti, dinanzi ad una coda finale più introversa: se in “Lonesome Richard”ancora si avverte una certa leggerezza, una possibilità di tornare a casa sani e salvi grazie ad una lineare melodia ed un finale ad effetto, ciò non accade in“Alamogordo/Rio Rancho/Las Crucis” dove la malinconia entra in scena sin dal primo secondo con le eleganti atmosfere dream-pop a deflagrare in saturazioni elettriche sulla coda finale.
“Sebastian, The King” lascia invece che il nostro pomeriggio finisca con una pop song difficile da dimenticare: la chitarra entra piano e continua ad accompagnare la voce che insistente chiede “why don’t we stay forever and never leave, never go to sleep?”. 

Possedeteteli per un pomeriggio o per una serata e vedrete di cosa sono capaci.

Voto :◆◆◆◆◇
Label : Stop! Records




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