lunedì 22 ottobre 2012

Andy Malloy - Madre (Recensione)

Andy Malloy: un nome fittizio, un moderno senal di ispirazione burtoniana dietro il quale si cela lo spirito creativo di Andrea Faggiano (voce, liriche, chitarre, synth, percussioni). Dopo un esordio in solitaria con Opium Emporium Ep, il capobanda decide di ampliare il suo losco teatrino scritturando Antonio Di Nardo al basso e Alessandro Pellegrini alla batteria. Madre è il prodotto di una mente immersa nella morbidezza solitaria di chi canta e suona da solo, domata nei suoi voli pindarici dalle strutture del power trio. Quel che era un castello di cartapesta ora è trasparente come il cristallo, e dietro lo specchio un bagliore breve come una Scia che si infrange facendo il sole in mille pezzi. L’atmosfera è piuttosto malinconica, ma tradita a volte dall’ombra fugace di una felicità ingenua. È l’eco del flauto di Vincent Malloy, uno scintillio chiaro e slavato di ombre struggenti e lascive, che si stagliano su un cielo azzurro solcato da comete. Le liriche in italiano sono un’accozzaglia di poche parole di facile intuizione, per lo più pescate dal ristretto e tragicomico campo semantico del depresso medio, mentre quelle in inglese hanno un certo fascino, seppur l’effetto Placebo sia inevitabile. Nonostante alcuni riempitivi, Madre è un disco di belle canzoni che si nutrono di dolcezza e cattiveria, che affrontano il temporale e ti mandano al largo in uno stato di tensione sciolta e sparsa come cenere al vento. Marcette geniali e oscillanti come "Crocodile", le ballerina shoes di "Sorry Dear", la lenta inquietudine di "Let it snow", dove la voce è un soffio fanciullesco che ricompone le macerie come mattoncini lego. L’ultima traccia invece, "Beautiful Disaster", conserva ancora i pesanti postumi di un cantautorato triste, intervallato da quel silenzio vuoto e pieno di respiri invisibili, quieto come un tramonto sull’ultimo giorno dell’umanità.

 Gli Andy Malloy sono un gruppo che ha ancora molto da dire, ma che ha da calibrare meglio il formale equilibrio tra luce, buio e zone di penombra non del tutto definite. Un buon esordio, forse un po’ troppo levigato e preciso, che potrebbe diventare qualcosa di buono in questo casino italiano di gruppi, cantautori veri e finti, one-man band e rockstar da cassonetto.

Voto: 
Label: Autoproduzione

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