giovedì 18 ottobre 2012

The Doggs - Red Session (Recensione)

Vale ancora il logos “brutti, sporchi e cattivi?”; mai affermazione fu vegeta come in questa occasione, quando sul lettore stereo passa il debutto dei lombardi The Doggs, “Red Session”, ed è una session veramente rosso sangue, laida drogata in grandeur e suonata con i controcazzi come poche in circolazione, otto tracce che fanno ottovolante tra le schegge taglienti ed infettanti del garage punk Stoogesiano, le latrine infime e ricettacoli di rock’n’roll putridamente da amare fino all’ultimo sviso e tutte quelle devastanti depravazioni soniche di chitarre con la bava e poghi tra pozzanghere di piscio che si fanno acqua benedetta di energia e lurido splendore.


The Doggs non fanno nulla per far trasparire che sono italianissimi, tanto è la forza e la perfetta sincronizzazione d’insieme che li fa passare per una vera garage band che bazzicava l’incrocio della Bowery street e gli scalini sconnessi del CBGB’s sull’Lower East Side di una Grande Mela con i bacarozzi tatuati, un power force che esplode senza ritegno in cui un Iguana pare frequentare l’intera tracklist come uno spirito ossesso, scarno e magnifico, un dio tutto vene e deliri che ispira la band come aria da respirare, e risputare fuori; Marco Mezzadri voce/basso, Christian Celsi chitarra e Grazia Mele batteria, mettono in atto fuzz grezzi, pelli violentate e timbriche dall’alito alcolico a mille, una perfetta forma suggestiva che – se ti ci metti di fitto - ti fa sentire anche odori e vedere mosse in una “tangibile” e veritiera temporalizzazione della scena rock-punk fine 60/70, spasimi ambigui alla T-RexWild boys”, il glammy dei New York Dolls Drugstore”, il Lou Reed ancheggiante in cerca d’amore “I got erection”, “Destruction of love”, una raffica di ampere e “cattivissimi consigli” da adottare immediatamente come protezione divina.


La personalità di questo quartetto “vintage” è strabordante e straniante, una particolare riserva di espressioni e cadenze che non si limitano e fermano a “rifare il vezzo” alla grande destrutturazione amplificata generata in quella idrovora cannibale storica del Garage, ma lo interpretano, appunto, a sangue e tormento in questa Red Session che lascia il segno inconfutabile di una lettura veritiera e passionale della più bella ed infetta malattia che uno si auspica di prendere ogni momento della propria esistenza, e come a dar forza a queste parole arriva - trascinandosi col passo pesante di un doom Velvetiano - la forma acuta di questo male “Wax doll”, e allora si che puoi prendere in considerazione il buio pesto come fonte assoluta di luce chiassosa.


Per indiavolati fan dei distorsori Seventies è in arrivo una manna senza fine.


Voto: ◆◆◆◆
label: Autoproduzione

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