giovedì 25 luglio 2013

Crash of Rhinos - Knots (Recensione)

L'uscita di Distal, nel 2011, determinò, almeno per me, la nascita dell'anno emo, l'ennesima "riscoperta" di un genere mutante e mutato, ormai introiettato dalla "società alternativa" e divenuto parte integrante del sentire comune. Sembra quasi che a cicli il fenomeno si rinfocoli e torni a risplendere. Dopo la prima ondata di inizio anni '90 (quella mai abbastanza benedetta dei Jawbreacker e del loro tentativo di dare melodia alla tensione post hardcore) a quella più nutrita di metà anni '90, la più influente e composita, si è arrivato ai recuperi di questo primo scorcio di secolo. Nel 2011, dicevamo, Distal brillò sin da subito per la capacità dei 5 di Derby di unire uno standard melodico di chiara ispirazione "emo" a lunghe cavalcate strumentali affini al post rock più raffinato. Quel disco fu uno spartiacque, fu davvero un nuovo inizio, che anche grazie ad una rinnovata e rinvigorita scena nostrana ha dato una forte sferzata alla "scena alternativa italiana" premiando, finalmente, gente che da tanti anni portava in giro il verbo.

Dopo due anni gli inglesi (bizzarro che una tra le migliori band della new wave emo arrivi dalla perfida albione) tornano con un lavoro ancor più votato al recupero, diminuendo, di molto, la parte post rock e concentrandosi sullo sviluppo del concetto di epicità. "Luck has a name", il pezzo di apertura è incipit fenomenale e apripista perfetto per identificare il disco. Il "singolo" uscito qualche mese fa, "Opener" è una cavalcata meravigliosa che culmina con il tipico finale corale dei Crash of Rhinos, delle loro voci che intonano inni di intensità devastante; un classico che ricorda i Braid più intimisti tra cori e chitarre che fondono melodia e tensione.

"Everithing is" è invece uno strumentale delicato affidato ad una sola acustica. Negli anni '90 avevo un vezzo, prima di comprare un cd, quando ne avevo la possibilità, chiedevo al negoziante di ascoltare la prima traccia e le n. 5 e 6. La prima mi faceva capire a cosa sarei andato incontro e la quinta e la sesta se il disco meritava veramente, dipendeva da quanto splendente fosse il diamante, il pezzo più bello, che quasi sempre corrispondeva al mezzo del disco. "Sum of all part" è la quinta traccia di Knots ed è un capolavoro assoluto, indie rock epico in crescendo estenuante. Dopo un altro strumentale ("The reason I took so long") "Impasses" si contorce nella sua sofferente dolcezza dividendosi tra epici cori e melodie cristalline fino a lasciare il campo all'ennesimo pezzo meraviglia "Mennhaim" il più smaccatamente post rock nel suo incedere, è forse quello che ricorda di più i pezzi di Distal e unisce le tensioni chitarristiche ad un cantato diviso tra cori melodici e anthemici ad urla sgolate. "Standard & Practice" è un assalto emotivo diviso tra una prima parte cantata e una lunghissima coda strumentale con le chitarre che si rincorrono e un piano che fa capolino. "Lean Out" è una fantastica ballata che trasmette una sfacciata insicurezza e un dolore di fondo impossibile da lenire. "Speed of Ocean Greyhounds" chiude il disco portando una ventata di ottimismo, riportando i cori e le urla in primo piano, come una catartica liberazione. Questo è l'emo, catarsi e liberazione.

Knots, come Distal, non porta nulla di nuovo, non inventa assolutamente nulla, resta su canoni già sentiti, apprezzati e amati, ma c'è un piccolo particolare, dove non può l'inventiva può il talento, i ragazzi di Derby hanno il tocco, la magia, capacità di scrittura e talento impressionanti.

Per qualcuno sarà il disco dell'anno, per altri l'ennesimo disco emo, sicuramente è un disco bellissimo e di struggente intensità, come deve essere.


Voto: ◆◆◆
Label: Top Shelf Records / To Lose La Track

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