martedì 11 marzo 2014

Verbal - Called War (Recensione)

Citando a sproposito i benemeriti Monty Python mi vien da dire “e ora qualcosa di completamente diverso”. Diversi dal resto i Verbal, e diversi anche da quel che di sé stessi avevano detto, musicalmente, col sorprendente disco d'esordio datato 2012. Miscela di math e post rock rigorosamente strumentale, leggiadra in alcuni punti ma capace di tirar fuori i muscoli spesso e volentieri, una personalità spiccata installata su un genere che, quando si hanno le idee, ha ancora tanto da dire. Ed è forse alla ricerca di cose da dire che i 5 bergamaschi decidono di fare un passo ulteriore, allargando lo spettro musicale a nuove influenze con queste 4 tracce che vogliono essere un gustoso antipasto di un già previsto seguito dell'omonimo esordio. Nuove sonorità, con tutti i rischi che la sperimentazione comporta.
MK”, terza traccia dell'Ep, è sicuramente quella in cui i reduci dal precedente disco si troveranno più a loro agio. Andamento ipnotico, fraseggi e feedback chitarristici che si inseriscono su un tappeto ritmico in cui tanto il basso quanto la batteria si dimostrano efficaci, il brano svolta delicatamente verso territori più inquieti accompagnato da arpeggi e rasoiate noise in un crescendo continuo che si esaurisce di botto lasciando alla batteria il compito di chiudere quasi in solitaria. Un modo placido per essere introdotti ai nuovi Verbal, in cui si inserisce anche la novità della voce: la band bergamasca non è più prettamente strumentale, e lo si capisce già dalla partenza adrenalinica affidata al brano che dà il titolo all'Ep.

Called War” è decisamente spiazzante. Vuoi per la batteria tarantolata, per le chitarre che si inseguono spesso in maniera “monoaccordica” quasi fossero sirene d'allarme, ma soprattutto per la voce urlata che unisce all'insolito collage sonoro una componente hardcore che si spegne a metà brano per fare spazio a deliri psichedelici, fra synth e riverberi dal mood rallentato e ipnotico. Il basso, ispirato, fa da collante in un delirio di suoni che sfocia, quasi naturalmente, nella rilassatezza in salsa elettronica di “Disarmer”. Ancora una volta è il giro di basso in sottofondo a prendersi carico di traghettare l'ascoltatore fra soffusi e a volte graffianti inserti elettronici e chitarre liquide, su cui una voce leggiadra e riverberata quanto in “MK” (ma qui ben più presente) crea un'atmosfera quasi chillout, spazzata via da un ruggito chitarristico a cui solo un suono troppo secco impedisce di essere più efficace.

L'atmosfera tranquilla che si respira in “Disarmer” è niente però rispetto alla pacatezza che traspira dalle rade note della conclusiva “Rearmer”, che a dispetto del titolo porta la pace dei sensi più che un'improbabile chiamata alle armi. I vagheggiamenti elettronici si fanno ancora più presenti, la batteria scompare, e mentre una chitarra continua imperterrita a proporre note riverberate in sottofondo è quasi esclusivamente ai synth che il brano si affida per accompagnarci soavemente alla porta. Un po' imbambolati, e senza ancora un'idea precisa di ciò che abbiamo attraversato lungo questo breve ma intenso percorso musicale.

E in effetti mi ci è voluto un bel po' per scendere a patti con la foga sperimentale di Called War. Se già di per sé il disco d'esordio non poteva dirsi certo l'album più accessibile uscito in Italia nel 2012, ora i Verbal cercano di alzare la metaforica asticella ancora più in alto, una volontà che si scontra con quella dell'ascoltatore. Perchè alla fine vincono loro, sia chiaro, ma il tempo per digerire questa nuova pietanza sonora è più lungo di quello necessario ad approcciarsi ai loro “vecchi” esperimenti: l'allargamento degli orizzonti ci restituisce un gruppo che osa solo apparentemente troppo, forse l'unico appunto da fargli è di non essere riusciti a sfoderare una carica emotiva degna di quel piccolo capolavoro che rispondeva al nome di Coronado. Ma c'è ancora tempo per stupire.

Voto: ◆◆◆
Label: #hashtag







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