mercoledì 2 settembre 2015

Welcome Back Sailors - Tourismo (Recensione)

Non tutte le band che possono vantare un approccio all’elettronica maturo e consapevole, che non sia considerato mera e ruffiana scorciatoia, scelgono la direzione del synth-pop a scapito della sperimentazione: nel secondo disco, i Welcome Back Sailors sfoggiano il loro morbido appeal senza temere di essere annoverati tra le file dell’insidiosa categoria del pop, evitando i lidi più politicamente corretti del minimalismo o dell’industrial. E se il predecessore Yes/Sun era stato sottoposto a un lavoro di produzione Do It Yourself, Tourismo ha subito l’opera artigianale di Andrea Suriani: il prodotto finito entra nel dettaglio con una pulizia sonora che balza all’orecchio, inducendomi a concludere che il punto d’arrivo del disco sia la forma estetica e la cura del bilanciamento tra i suoni, piuttosto che l’impellenza di un contenuto intellettuale o sentimentale. Dal primo, inafferrabile reticolo di nylon e materia celeste di Best Friend, il duo svela la propria familiarità con le schiere del techno-pop, che le affilate chitarre del post-punk avevano – forse giustamente – trucidato a suo tempo, non lasciando sopravvissuti sul campo della storia; benché l’inflessione della voce lasci intuire che l’Europa d’appartenenza sia quella continentale, senza altra determinazione geografica, Faces rende il tiro più preciso e punta ai Depeche Mode adolescenti, senza però poter sfoderare la sfacciata indolenza British che la band di Basildon possedeva sin dagli esordi. È tutto un impasto di trame sintetiche e lievi refrain ultrapop, anche quando Love is a Mirror rallenta le ritmiche: tra un brano e l’altro, il disco è un continuum impraticabile, increspato solo da poche gocce di tastiere, che non avanza mai la pretesa di virare dalla rotta della disinvoltura melodica di scuola Pet Shop Boys. I Welcome Back Sailors si aggiornano di circa trent’anni grazie alla voce di Sara Loreni che, da defilata qual era nel pezzo precedente, in Falling conquista il primo piano accentuando l’atmosfera da clubbing, quasi sorella minore di Tracey Thorn. La DeLorean riporta però negli 80s già tra Shinig Blue e l’intermezzo strumentale di Panorama, fino a sedare l’incedere, portandolo a pulsazioni meditative, nell’impalpabilità ambient di Lonely Boy. Gli androidi cool tornano a invadere il dancefloor grazie al disimpegnato French touch di Something Great, consentendo alla successiva Today, tra tocchi di piano artificiali e beat d’automi, di mantenere l’attenzione in superficie, senza mai deviare dal percorso tracciato tra melodie accattivanti e suoni levigatissimi. La forma estetica è cesellata con una perizia sopra la media rispetto a molte produzioni italiche, ma l’istinto sotteso rimane poco a fuoco; il piano umanizzato di Act Like You Are Crazy potrebbe spezzare l’uniformità, ma il blocco centrale riporta entro i confini dell’electro-pop, su cui il sax finale mette un definitivo suggello, insinuando in me il sospetto che i Roxy Music abbiano inciso solo Avalon e che le loro intemperanze dei primi dischi non siano state che una beffa della storia. Poco importa se la conclusiva Jason Dill lancia segnali di contatti intergalattici: gli intenti sono chiari, il pop non è peccato.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: We Were Never Being Boring/La Barberia Records

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