martedì 1 settembre 2015

Ottovolante - Re di Quadri in Trip (Recensione)

I critici musicali accreditati amano parlare di “urgenza espressiva”, quando l’intenzione motrice sottesa all’arte di un musicista irrompe con evidenza inconfondibile; al di là delle categorie adoperate dalla stampa riconosciuta, io cerco sempre di cogliere e comprendere il movente sentimentale e culturale che spinge un artista a dare alle stampe o portare su un palco una determinata manifestazione di sé. Malgrado le intenzioni genuine di cui non dubito, gli Ottovolante con il loro Re di Quadri in Trip mi costringono a chiedermi CE N’È BISOGNO? Non il loro bisogno: sicuramente il trio procede con una convinzione che risulta evidente e innegabile, partorisce idee con orgoglio materno e manda la sua prole nel mondo con una sicurezza non disonesta; io provo a scovare qui il bisogno di un ascoltatore pronto a percorrere terreni poco battuti o disposto a prostrarsi a emozioni soverchianti, di sconcerto sorprendente o familiarità commovente, un ascoltatore che non può affezionarsi a un disco di buona fattura ma dalle ascendenze troppo palesi e dal piglio che non osa mai l’estremo. Il primo nume tutelare, come emerge da R.I.P. Nichilismo, è Fadgadget e la conseguente patina di nostalgia per gli anni ruggenti del dancefloor di cui il futuro è rivestito; la scelta forse poco popolare di impiegare liriche in italiano dirotta questa macchina del tempo a Garbo e alla new wave danzereccia filtrata dagli umori ben poco algidi e teutonici del nostro paese. Niente di sbagliato in Sul fronte di guerra, ovvero niente di coraggioso: il brano segue un’elettronica che non arriva né al divertissement né alla sperimentazione tra beat asettici e arpeggi in automatismo, virate verso accordi compatti e momenti di piglio aggressivo. Forse come lontani epigoni guardano al Bowie di Earthling nella jungle indifferente di Lettera per l’Ispettore Bloch, in cui finalmente le liriche balzano in primo piano, assestate con esatto acume; i riferimenti al passato, che siano ai tanto vituperati 80s o al decennio successivo impegnato a liberarsene, sono imprigionati nella contemporaneità e mai arditamente, disperatamente retromani, come in Quel gigantesco cerotto sulla porta. La strategia degli Ottovolante funziona con più efficacia quando l’attenzione è dirottata sulle parole benché, come accade in Edimburgo 21/12/2012, ci abituino ancora al tappeto di arpeggi e beat, ormai così consueto da non poter essere liquidato quale semplice sottofondo. Disagio e non oltre, in cui viene introdotta una voce femminile che non maschera completamente un’inflessione regionale, segue ancora la corsa di un’elettronica a briglia sciolta, sedata sul finale da passaggi impercettibili sulla sei corde; finalmente, in Storie di nessuno (me compreso) la voce viene liberata dal vincolo della battuta serrata e si allarga con afflato quasi, inevitabilmente, cantautorale, ma incrinata da un lirismo laconico che potrebbe ricordare il cantato di Camorani negli Havah. E ancora si distende nelle trame distese di Geometria dell’incontro tra  due cerchi, epilogo di trance liquida che dissolve il beat incalzante in fluidi anarchici.

Voto: ◆◆◇◇
Label: Diavoletto Netlabel

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