mercoledì 21 ottobre 2015

Any Other - Silently, Quietly, Going Away (Recensione)

La storia di Any Other comincia con uno scioglimento, quello delle Lovecats per la precisione. Dopo un ep il duo formato da Cecilia ed Adele “implode”, lasciando quest’ultima ancora vogliosa di fare musica: imbracciata la chitarra acustica e trovati in Erica e Marco nuovi sodali nasce così Silently, Quietly, Going Away, ovvero il disco d’esordio del nuovo progetto di una ragazza appena ventunenne. Di sicuro non una che perde tempo.
La grinta della giovane età si riscontra tutta nei dieci brani che compongono l’album, soprattutto in quella voce che si fa saltuariamente nervosa ed isterica (vedasi alcune parti della delicata Teenage e la parte finale di Sonnet #4), ma ciò che stupisce, vista la giovane età, è che le influenze riscontrabili in lungo e in largo nell’album rimandano agli anni 90 di gruppi come Dinosaur Jr e Modest Mouse, con un utilizzo efficace di sonorità acustiche sovrapposte ad una base rock grintosa ma sempre attenta alla melodia. Apripista dell’album, nonché primo singolo (con un video che ricorda simpaticamente le torture inflitte a The Edge in Numb), Something riassume al suo interno tutto ciò che di buono riesce a costruire il trio: buon ritmo, melodia orecchiabile che entra subito in testa ed un cantato che, alternando momenti melodici ad altri quasi parlati nelle strofe, si fa spesso valore aggiunto. Non sempre è così, ma dove non arriva la voce sono le intuizioni musicali a metterci una pezza, come capita in una Gladly Farewell in cui la strofa piacevolmente zoppicante pareggia dei ritornelli dove la voce di Adele sembra un po’ indecisa, prima che un finale roccioso chiuda degnamente la canzone. Fra i momenti migliori vanno messi sicuramente Roger Roger Commander, tanto delicata nelle strofe (graziate da un piacevole giro di basso) quanto progressivamente incalzante nei ritornelli, e Sonnet #4, una ballata delicata che cresce d’intensità fino alle urla isteriche di un’Adele che ci mette un attimo a ritornare calma, quasi spossata, sussurando “but now you’re here and I feel confortable”. A posteriori sarebbe stata la chiusura ideale di un disco che piazza invece con To The Kino Again un finale più dilatato ma che non convince del tutto, così come stona un po’ il finale strumentale e quasi irrisolto di Blue Moon. Ascoltando bene, nonostante sonorità che rendono il disco di un’apprezzabile coesione, si nota un andamento lievemente discontinuo come ispirazione: se a His Era e 5.47 PM si può imputare uno sviluppo fin troppo basilare (con la seconda elevata però da un finale distorto e da un approccio ritmato che mi ha ricordato in qualcosa l’indiefolk dei Pocket Chestnut più scatenati) non si può chiudere gli occhi di fronte alla maniera intelligente con cui 365 Days muta la sua natura di canzoncina poppeggiante ammorbidendosi in un finale più dilatato, o al modo in cui Teenage passa con naturalezza dalla scarna melodia iniziale alla cadenzata e vocalmente nervosa seconda parte.
Se c’è un difetto principale da trovare in un buon disco come questo è che quanto ha di meglio da dire lo dice subito. Something è infatti la migliore pubblicità possibile per gli Any Other, ma seppur tutt’altro che privo di brani efficaci il resto dell’album fatica a trovare melodie che ti si piantano in testa alla stessa maniera della traccia d’apertura. Molti spunti interessanti e qualche piccola stonatura ne fanno un disco piacevole e niente affatto banale, ma le potenzialità per fare di meglio ci sono tutte: per questo mi tengo un mezzo voto da parte, sulla fiducia, per il seguito.


Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Bello Records

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