sabato 7 maggio 2011

Pineda - S/t (Recensione)

Cosa può fare un musicista di grande talento che ha dato tanto alla musica alternativa italiana e stufo si ritira perché deluso dal mondo della musica - a detta sua - stupida? È impossibile non parlare per primo di Umberto Giardini, in arte Moltheni, che in dieci anni di carriera è riuscito a pubblicare sei album, uno più importante dell'altro. Che può fare quindi se non continuare a suonare, lasciandosi alle spalle chitarra e microfono e prendere invece in mano due bacchette, sedersi ad uno sgabello e cominciare a battere la sua rabbia suonando la batteria? Questa scelta, a mio avviso sensata, lo ha spinto a metter sù un nuovo progetto con due musicisti con cui aveva già collaborato, Marco Marzo Maracas (ideatore del progetto) e Floriano Bocchino.
Il compito ardito dei Pineda è quello di risvegliare quante più coscienze, con un genere musicale retrò anni sessanta, interamente strumentale, in altre parole ritrovare l'essenza del fare musica con il cuore, distaccandosi da un circuito discografico che spesso non concede il lusso della spontaneità. Il primo disco dei Pineda uscirà per l'etichetta indipendente Deambula Records, in versione limitata, in vinile.
Il disco (registrato presso le Officine Meccaniche da Antonio "Cooper" Cupertino), si apre con un breve suono iniziatico, simile al didgeridoo, introducendo un riff di chitarra che si ripete in crescendo, arricchito dal suono del Fender Rhodes e della batteria. Il secondo brano "Domino" ricorda nei primi minuti le sonorità dell'ultimo Moltheni, per poi evolversi nel "sixities" vintage, che oggi ritroviamo anche nei Calibro 35. La terza traccia dal nome "Human Behavour", rientra nel calderone dell'indie-rock, per la sua semplicità, e detto in tutta sincerità infastidisce, perché questo progetto da molti è stato presentato come "stile anni '70 e del Prog, con l'influenza di Emerson Lake & Palmer e Soft Machine", un paragone troppo esagerato, anzi il Prog in questo album non si sente minimamente, forse l'unico paragone che sento è con i Tortoise, ma solo nel brano "Touch Me", anche qui bisogna essere molto cauti, citare i Soft Machine può essere facile, ma non si può paragonare a caso un gruppo degli anni 2000, con una band pioniera del rock d'avanguardia che ha dato vita ad una scena innovativa come quella di Canterbury. Per questo ritengo che i brani più riusciti di questo album siano "if God exists, he's in deep" e "lost your arms while outsidein all the world it's raining", dove si vira verso sperimentazioni elettroniche, per poi entrare nel magico mondo della psichedelia, con sonorità dilatate dalla chitarra slide e il sempre presente Rhodes, in cui ci si rilassa lasciandosi trasportare verso il brano finale dal nome "Twelve universe" che chiude l'album con un pizzico di funk rock.
Come accade spesso ad album tanto attesi, vociferare prima dell'uscita e caricare i nuovi progetti di responsabilità artistiche che non gli appartegnono, danneggiano gravemente ciò che ci si appresta ad esplorare, quindi capisco bene il vecchio Moltheni, che diceva di essere incazzato con quei giornalisti che non fanno bene il loro dovere, perché compagni di merende degli artisti stessi. Comprendo bene anche Umberto Giardini che non avrebbe voluto nessuna recensione di questo album, ma purtroppo, come volevasi dimostrare in Italia se si finisce in mani sbagliate il risultato è quello che si è appena letto in questa recensione.

Label: De Ambula Records
Voto:


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