giovedì 25 agosto 2011

Red Hot Chili Peppers – I’m with you (Recensione)

Red Hot Chilli Peppers - I'M with you CoverValli a capire tutti: c’è chi dice di loro che sono elementi oramai denaturalizzati, altri li definiscono spompati, taluni li tacciano da vecchi serbatoi a secco d’idee, talaltri li additano venduti alla patina del golden business. Sì proprio valli a capire tutti, ma non diamo alito a provocazioni, l’invidia – spesso creata a tavolino dai “vicini di scena” - accompagna sempre i grandi rientri di ancor più grandi fenomeni che hanno dato alla storia “un motivo in più” per vivere saltando.

Ci avevano lasciati con la porta aperta di Stadium Arcadium e dopo cinque lustri i Red Hot Chili Peppers, tornano a falcare le traiettorie del mondo con il nuovissimo “I’m with you”, decimo disco d’inediti della loro stupefacente parabola rock.

Frusciante se ne è andato di nuovo e il suo posto l’ha occupato un ancor più psichedelico domatore a sei corde, Josh Klinghoffer, mentre Tiramolla Flea, il robustaccio Kiedis e lo skizzato Chad sono sempre a capo di un desiderio di avvicinarsi al centro delle cose che tentano la riproduzione continua del loro stile sanguigno, e stiamo parlando di quella inverosimile fusione di hard-funky, ballate laccate e istinti primordiali hip-hopper che hanno fatto e fanno scuola a sterminate legioni di musicisti.

Un disco pieno di anthems vincenti, forse qualche concessione al pop, ma è un problema? Ma no: i RHCP non hanno bisogno di passare la gogna del giudizio di Pitchfork o fare “qualcosa” pur di allargare la base dei consensi, loro aumentano e dilatano soltanto la sensazione che il funk non sia solo una cosa “da ballare”, ma da respirare, gioire e copulare, come un secondo anello della fisicità orgasmica; ben quattordici piste che scoppiano di salute, impatto ed immediatezza di un’affascinante contemporaneità, il modo può essere sempre lo stesso, ma è l’affrontare il suono dei “non luoghi” che ce li fa apprezzare ancor di più come la band regina del “move-it”, sempre accattivante come una baldracca che non ha età.

Parafrasando “la musica ribelle che ti entra nella pelle” quella che questo disco diffonde a palmenti, andiamo a pescare a random nella tracklist la già hit-wonder del video ufficiale, il rock trapuntato di “The adventures of Raindance Maggie”, il mid-tempo d’anima “Meet me at the corner” o la ballata in filigrana folk “Brendan’s death”, più in la futura febbre radiofonica per eccellenza Monarchy of roses”, sotto una bella tromba caraibica che spernazza un funk-rock “Did I let you know” e – lasciando a voi la curiosità di “annusare” tutto il disco – più di traverso una bella fonìa post-punk che gambizza ogni resistenza a stare fermi “Factory of faith”.

La formula super attiva di questi micidiali peperoncini rossi, non perde un’oncia dello smalto di cui sono stati creati, leggendari “saltimbanchi” della California degli incroci razziale e musicali che non smettono un secondo di creare e scombussolare le scommesse di un sempre nuovo successo.

E tutto, in qualche modo, torna.

Voto: ◆◆◆
Label: Warner Music Group



2 comments:

blackredblues ha detto...

Ho ascoltato l'ultimo lavoro dei RHCP. Non sono d'accordo sul fatto che tutto torni. Spiego. Ad un ascolto immediato l'impressione è quella di sentire i RHCP che imitano se stessi. So che l'asserto può sembrare bizzarro (anche perchè credo che l'imitare e il 'limitare' se stessi accada non solo ai RHCP). Il problema a mio avviso risiede nell'imitazione attuata in modo pedestre, non aggiungendo nulla di nuovo sotto il sole. Molti pezzi danno la dannata impressione di rimaneggiamenti di pezzi pescati dagli ultimi album (diciamo a partire da By The Way) .
Trovo che Flea con l'accompagnamento tramite ottave ha un po' rotto. Klinghoffer sperimenta troppo poco e ripropone fruscianterie (fanno fine e non impegnano certo). Questo lo dico memore dell'impatto dell'altro album orfano di Frusciante, tale One Hot Minute, album in cui Navarro fece veri e propri miracoli (cerchiamo di tenere a mente qual'era l'album precedente...).
Non mi rimane che continuare ad ascoltarlo sperando di aver dato un giudizio azzardato...

Anonimo ha detto...

Sono d'accordo con il commento precedente...diciamo che io mi sento abbastanza orfano di un genere che nei primi anni 90 i red hot chili peppers avevano inventato e creato come un vero e proprio marchio di fabbrica: il cross over; quel mix di funky e rock con un dose abbondante di energia. Quell'energia si è persa del tutto, quel che rimane è pop rock...va bene sarà pure di qualità ma a me non dice proprio niente...

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