domenica 28 agosto 2011

Seasick Steve – You can’t teach an old dog new tricks (Recensione)

Hei dico a voi, può sembrare un controsenso, ma non sentite appena aperta la copertina di questo “You can’t teach old dog new tricks” il dolciastro puzzo d’alligatore, di fango fertile del Mississippi e il miasma asfissiante di zolfo del classico diavolo di turno sulla via del blues? Fateci caso, se l’avvertite inalatelo forte e benvenuti sulle road scalcagnate di Seasick Steve, eroe fulminante californiano, personaggio Kerouachiano a tutti gli effetti, salito alle cronache della notorietà – sebbene i suoi settant’anni – solo cinque anni fa dopo una vita “on the road” suonando sui suoli sacri dei marciapiedi con una chitarra rossa con sole tre corde finche una sera si esibisce al Jools Holland’s Hootenananny Show e da lì la sua meteora prese l’alto.

Nel disco due anime rare da ritrovare in giro, il grande basso degli Zeppelin John Paul Jones e la batteria di Dan Magnuss e da qui tutto un divenire di polvere, sudore, whisky di marca incerta e sputacchiere di vecchio ottone su cui gira tutto il mondo sconnesso e trasversale del blues derivato, da quello urbano a quello dei bassifondi, quello delle speranze e del menefreghismo a quello dell’anima distaccata e dei sogni/desideri che ogni “hobo” si porta dietro come zaino del suo vagabondaggio incontrollato; canaglia Steve mette un’energia diabolica e richiama – in tutta la magnificenza del suo sciamanico quanto divertito “circle of sound” l’allure maledetta e stellare di Lanegan, Cash , Dr. John e Calvin Russel, gira circospetto tra slide e lapsteel con la lascivia di chi ha il mondo nelle mani e nelle tempie “You can’t teach an old dog new tricks”, “Don’t know why she love me but she do”, penetra l’elettricità sbavata di HiattBack in the doghouse” e svisa l’oscurità intima di Cash It’s a long long way” mentre il suo cuore infiammato si trasferisce nei Baton Rouge a mollo sul Mississippi, con il passo felpato di jazz e lo sguardo allucinato di uno shouter in preda a sogni erotici inappagati “Burning up”.

Il vecchio Steve non le manda a dire, suona come un giovane col bacino appesantito ma libero come un uccello divinatorio, fa in modo che l’ascolto delle sue sdogate sonorità prendano quota al di là della forma visibile ed immaginabile: il suo hard-boogie, blues e folk da sbornia certificata sono le primordiali forme di sballo di solitarismi e looner corner anarchici messi insieme sui carri merci della South Pacific che portavano clandestinamente via i sogni e la fisicità di una controcultura della quale Kerouac - se potesse ascoltare questo micidiale disco – ne farebbe meravigliosamente la sua colonna sonora.

Non si possono insegnare nuovi scherzi a vecchi cani, attenzione, Seasick Steve lo mette come punto fermo ok?

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: Play It Again Sam Rec.


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