venerdì 16 settembre 2011

dEUS – Keep you close (Recensione)

dEUS Keep you closeTra le pieghe di Vantage Point - che oramai risale a tre anni orsono - ribadimmo che i dEUS ad ogni nuovo lavoro potessero dare sempre qualcosa in più oltre il dovuto, ora con questo “Keep you close la band belga mette in mostra una tonicità perfetta e allenata, libera da ricercatezze scintillanti e nuda del potere dei tormentoni, ma che pare – al primo giro di giostra – ferma nella buona concezione dei modi e ancor più ferma nel punto esatto di dove l’avevamo lasciata.

Nove tracce che non ridimensionano il nostro senso acuto circa l’illimitata bravura del gruppo, ma che lasciano su questo rientro un pochetto d’amarognolo in bocca perché effettivamente manca quello sprint, quell’evoluzione compositiva che sposti un millimetro più in la il fattore dEUS oltre il limite dell’osare e, di poter ancora usufruire da parte nostra, di quelle emozioni passate che già con Worst Case Scenario ci facevano beatamente affondare nel loop ossessivo del riascolto.

Ok pazienza, non possiamo sovvertire l’ordine mentale di un prodotto discografico che è così e che non ci possiamo fare nulla, ma la qualità non si mette in dubbio, l’eleganza idem e considerarlo negativo è fuori luogo, il disco è tirato benissimo, un trademark inaffondabile che porta sempre alta la fronte di uno strano “alternative thing” che dagli anni novanta ad oggi suggella patti e giuramenti con le forme musicali e le soluzioni piriche che più di tutte hanno consacrato la parte oscura di un certo rock; basta saperlo leggere dalla parte giusta e vi accorgerete delle bizzarrie buone di un assortimento sonico che affolla la tracklist da capo e piedi, come l’architettura gotica che predomina l’armonia deep eighties di “The final blast”, la plastic dance robotica di un minimalismo campionato “Ghost”, il nero di Cave che schizza ombre e pece in “Darks sets in” con un ben ritrovato Greg Dulli a svociare nei cori , la confidenzialità alla Barry White su un tappeto di lavorio di basso e liquidi slanguimenti di Rodhes e corde acustiche “The end of romance”, e la tentazione di fasciarsi negli archi ariosi che fanno da cappotto all’epicità della titletrack.

Il noise, il rumorismo d’intelletto, l’epilessia creativa e le cappe di fumi ottenebranti ogni forma di concessione alla leggerezza sono stipati tutti in “altre storie” già musicate dai belgi, rimane qui un’espressione che “staziona” come una pausa - buona – ma pausa di un lungo tragitto che, speriamo, riprenda la sua stupenda direttrice in avanti. E che un dEUS ci protegga!

Voto: ◆◆◆
Label: Pias 2011


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