lunedì 5 settembre 2011

Opeth - Heritage (Recensione)

Opeth Heritage coverMi è capitato piuttosto spesso di avere il desiderio di fare una recensione di un disco. Possibilità che purtroppo, fino ad ora, non mi era mai stata data, ne tanto meno l'avevo realmente cercata. Quindi parto col ringraziare Giovanni Amoroso per avermi dato questa possibilità e non solo per questo, ma anche per il fatto che la prima opera consegnatami è uno dei dischi più attesi, se non il più atteso, del 2011 nel panorama “estremo”, dato che si tratta dell'ultimo lavoro di una delle band attualmente più amate in ambito metal. Sto parlando degli Opeth e di Heritage, la loro ultima fatica discografica partorita dall'eclettica mente di Michael Åkerfeldt e soci. Heritage si presenta da subito estremamente particolare già partendo dalla copertina, partorita dallo stesso Åkerfeldt con la collaborazione dell'ormai fido Travis Smith, autore della gran parte delle illustrazioni dei dischi del combo svedese. Come da presentazione del leader della band, Heritage è sprovvisto, come già fu per Damnation (2003), di “growl” (la classica voce estrema che caratterizza death metal e affini) presentandosi quindi come un lavoro puramente progressive di “settantiana” memoria. La opening track, nonché title track, del disco è appunto Heritage. Appena 2 minuti di “intro” con un gusto estremamente retrò affidati ad un malinconico pianoforte che, col supporto di un contrabbasso, riesce ad emozionare non poco l'ascoltatore. Viene quasi il desiderio irrefrenabile di premere il tasto repeat per potersi lasciar cullare da questa poesia in note per ore. Arriviamo alla seconda traccia, The Devil's Orchard, primo singolo estratto dal disco. Il brano si presenta da subito come un chiaro richiamo alle sonorità del prog italiano tanto amato da Åkerfeldt ricordando non troppo vagamente, nei primi secondi, From Under della Premiata Forneria Marconi (da Chocolate Kings del 1975). Il brano, come da tradizione progressive, ha una struttura tutt'altro che semplice, e la voce di Åkerfeldt si lancia in strofe di abbastanza difficile assimilazione. Il sound Opeth lo si riconosce in modo netto nei vari e repentini cambi del brano, passando per stili differenti in appena 6:40 minuti. La successiva I feel the dark è, a mio modestissimo parere, dopo la title track, la seconda perla del disco. Una perfetta unione tra un pezzo leggermente rabbioso, dopo i 3 minuti, e una malinconica e ipnotica ballad dal sapore “crimsoniano”, con tanto di tappeto di mellotron a condire il tutto. Tornano a farsi sentire le meravigliose chitarre acustiche che contraddistinguono il trademark Opeth da ormai ben 17 anni. Un pezzo decisamente degno di nota. Il disco prosegue tra alti e bassi per le successive 6 tracce. Sicuramente lasciano un po' perplessi pezzi come Slither e The Lines in My Hand. In Famine torna a farsi sentire la passione per il progressive italiano, chiaramente ispirata ai grandissimi Area di “Luglio agosto settembre nero”. Insomma, Heritage è un bel disco, senza dubbio, ma... c'è sempre un ma! Sinceramente alcuni brani mi sono sembrati incompleti, come se mancasse qualcosa. Come se quell'ingrediente che ha reso gli Opeth quello che sono oggi si sia perso per strada, cosa che secondo me accade già dal 2002, quando venne alla luce Deliverance. Da fan del rock progressivo, italiano e non, non sento nulla di nuovo in questo disco. Le soluzioni trovate sono prese qua e la tra la discografia degli Opeth stessi e le migliaia di dischi usciti in quegli anni d'oro in cui il progressive rock ha regnato sovrano fino alla nascita del punk. In sintesi, se fosse uscito nel lustro tra il 1970 e il 1975 sarebbe passato del tutto inosservato per via della immensa concorrenza che avrebbe trovato. Spero ardentemente però che tutti i giovani “metallari” che acquisteranno questo disco troveranno in esso la voglia di rispolverare, o addirittura scoprire, le tracce semi nascoste di un periodo che musicalmente è stato la “Magna Grecia” della musica contemporanea! Da fan degli Opeth... beh, senza dubbio Åkerfeldt si conferma un compositore attento e oculato nelle scelte, colto e pignolo, ma per me gli Opeth sono e resteranno sempre la band che dal 1994 al 2001 ha sfornato alcuni tra gli album più belli del metal! My arms Your Hearse, Morning Rise, Blackwater Park, Orchid e Still Life, avranno dietro di loro sempre una scia difficilmente colmabile, anche dagli stessi Opeth. Dischi pregni di emozioni contrastanti, di passione e articolate trame di una intensità unica, magari più grezze ma di qualità superlativa! Album in cui il death metal si fondeva ad intricati arpeggi di chitarra acustica e lievi sprazzi di prog. Quelli di Heritage e degli ultimi 10 anni sono una grandissima band progressive metal che però credo abbia perso per strada la genuinità di un tempo lanciandosi in giochi troppo artefatti e pesanti da digerire.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Roadrunner Records


3 comments:

Anonimo ha detto...

bellissima recensione. 4 punti su 5 come valutazione, dopo aver letto il tutto, mi sembrano eccessivi però.

Anonimo ha detto...

da amante degli opeth mi rammarico della mancaza del death metal ma mi aspettavo comunque un lavoro più d'intelletto che di potenza. Questo perchè il precedente watershead (appunto spartiacque) ha messo le basi sul nuovo sound del quintetto svedese: sonorità molto prog e più ecletticismo.
Ma si sente che manca qualche cosa, questi non sono gli opeth, spero che non si voglia cercare a tutti i costi l'innovazione snaturando completamente la natura di questo gruppo eccezionale.

Eleonora Z. ha detto...

Magnifica recensione! La migliore che abbia letto finora!
Ho appena ascoltato "Heritage" per la prima volta, così, a digiuno da preconcetti e pre-recensioni, e devo dire che trovo comunque ben presente e soprattutto sempre possente la vena Opeth-tiana, pur avvertendo la nostalgica mancanza del forte contrasto growl/clean. Trovo che sia una scelta importante, apprezzabile e coraggiosa dare in pasto ai fan (più "metallari") questo disco, ma sono sicura che di certo non deluderà i Veri Fan di questa band ombrosa e oscura.
D'altronde, per immergersi nelle atmosfere del più cupo metal, basterà ascoltare uno dei precedenti album (magari il live mozzafiato "The Roundhouse Tapes") e trovare la forza per ricominciare ad assimilare e centellinare l'ultima creazione...
Sono curiosa di ascoltare il loro prossimo live italiano all'Alcatraz... quando e quali pezzi nuovi suoneranno...?

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