martedì 6 settembre 2011

Silicon Dust – Different Universe Story Tellers (Recensione)

Silicon Dust Different Universe Story Tellers coverCon questo “Different Universe Story Tellers” gli italianissimi Silicon Dust ( Gianluca Spinelli “rotazione”, Renato Brunelli “RE BR” e Claudio Di Gennaro “Naro”) colmano la distanza che rimaneva da colmare con la buona attitudine di rilasciare le atmosferiche totalità dell’elettronica sensoriale, quella che ti fa vivere nel medesimo istante in altre dimensioni tutte collegate tra loro da un tubo invisibile ma tattile che attraversa testa, cervello e sistema motorio in direzione di una trance-hall immaginifica.

Un disco “idrovora” che nel suo interno sviscera, ricompone e diffonde pulsazioni, stimolazioni e frenetismi che non abbassano mai la guardia, un rimbombo da rave colto e cool che non vive di quelle potenze ignoranti che trascinano dentro sfinimenti e claustrofobie, ma una rielaborazione d’infinite influenze musicali che vengono rivoltate in dinamismi roboanti.

Jazz fusion, digitalismi, sequencer, rap core ed elettronica a go-go sono i tiranti sonici di questa diabolica “polvere di silicone” che si annida beatamente dietro il logos al neon stroboscopico dell’hard techno, quasi un disco di casa Warp ma che invece inorgoglisce e assesta le giuste mazzate alla voglia integrale di abbandonarsi allo spirito selvaggio del ballo senza condizioni o altro; sinuoso e a tratti lascivo, il disco è un continuo elegante esercizio coolness lontano dalle pulsioni Moroderiane o dalle guarnizioni percussive dei Bronsky Beat, magari in fase di avvicinamento – ma solo in alcuni frangenti – ai Fratelli Chimici per eccellenza, ma la movenza cosmica che gira indisturbata per tutta la tracklist porta in alto l’aura maledetta di DJ Andy Butler e per questo il suono anticipatore che i Silicon Dust portano compiaciuto gira benissimo e stiloso.

Diciassette tracce minate che da “Dustorm” a “Play with you”, passando sul filo di “Time wave” fino a toccare gli “Skylines” di fine corsa che rischiano di piacere di brutto come certi passaggi che usano l’elettricità calda del rock per confinare parzialmente nell’affilibialità ai primissimi ProdigyFargad (re-edit) “.

Da questo disco se n’esce esausti di testa e gambe, ma terribilmente soddisfatti. Provare per credere.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Helikonia 2011


1 comments:

Anonimo ha detto...

ahahahahaha

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