sabato 8 ottobre 2011

Elvis Costello – National Ransom (Recensione)

Elvis Costello – National RansomUn disco che certamente non passerà alla storia, in quanto il suo autore è già storia conclamata e mito vivente, ma Elvis Costello pare fregarsene degli Olimpo e seguita a magnificare l’alta scena del cantautorato mondiale col nuovissimo “National Ransom”, sedici pezzi che il cinquantasettenne artista snocciola al mondo non come un rosario di stili concettuali – vedi le sue ultime scorribande in territori jazzly – ma nell’abbraccio caldo e rassicurante dello skiffle, pop, blues-folk e country che piace e piace senza nessuna reticenza.

E’ come sentire girare un vecchio “elleppì” dell’Asylum, un registrato in cui il “ Costello con la chitarra” rilucida il vecchio stile e lo rimette in circolo tra ballate, folklerismi e timbriche da collezionare; molti crederanno che sia un riempitivo studiato a tavolino per sopperire la mancanza di visioni e idee di chi arriva a metà dell’esistenza artistica, ma nulla è di più falso, la penna dello showmen è sempre carica di inchiostro indelebile, il pulse fluido e la pienezza d’intenti sempre a raso bordo intellettuale sotto controllo, solo che le esigenze di un’approccio autorale indicano sempre nuovi confini da intraprendere e per chi ha scritto pagine importanti e salienti della convergenza autorale mondiale può permettersi tutto, anche di suonare vecchio con i suoni nuovi, di allontanarsi dal suo Io per approdare a se stesso e viceversa, ma poi è la sua musica a parlare per lui, altro che noi a cincischiare sentenze per altri.

Con Costello anche T-Bone Burnett a condividere questo lavoro che si trascina in storie di abbandoni, solitudine, fervori e passioni dell’America bistrattata e di seconda gradazione, quella dei vicoli e delle fogne purulente, ma tutto condiviso e illustrato sonoramente con classe e maestria unica degli anni 40 jazzlyJimmie standing in the rain”, con le acustiche on the road DylanianeBullets for new- born king” e, per fare poi, slow affascinante alla corte di Cole PorterYou hung the moon”.

Il poliedrico “uomo di suono” come viene chiamato nell’ambiente, troneggia con il solito stile tambureggiante tra confidenziale e narrativo, un modello oramai di riferimento per eserciti di musicisti in erba che non ha mai sbagliato un colpo, e a riconferma di ciò arriva il riverbero “di fabbrica” di “Five small words” e “My lovely Jezebel”, il rock’n’roll Costelliano da cattedra e le aperture psichedeliche West Coast “One bell ringing” che, insieme al dulcimer country di “I lost you” salutano questo straordinario abbandonarsi su sound redditizi di gloria e splendore che solo Costello può proporci al giorno d’oggi.

Indispensabile se si amano i vecchi palpiti.

Voto: ◆◆◆
Label: Hear Music 2011


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