lunedì 12 dicembre 2011

Dream Theater – A dramatic turn of events (Recensione)

Dream Theater – A dramatic turn of eventsMike Portnoy “è uscito dal gruppo” portandosi via rototom e bacchette, e nonostante l’ingresso della riserva Mike Mangini, i Dream Theater non riescono a rivoltare il periodo nero che li attanaglia per aver esaurito da un pezzo le munizioni creative che gli occorrevano per difendere il loro tatticismo sonico iper tecnico, millimetrico e fin troppo lavorato al goniometro; la band americana ha perso la bussola già dagli ultimi album prodotti e questo nuovo “A dramatic turn of events” non risolleva di certo il destino nè raddrizza la parabola discendente di un pezzo di storia del prog-metal mondiale.

Da tempo sott’occhio da fan e osservatori, La Brie e soci non creano più quelle magnifiche crisi di coscienza, quegli attriti elettrici, ora rimettono in gioco – se di gioco si può parlare – più una voglia di apparire per non essere scordati nell’oblio allacciata integralmente ad una profonda confusione che produce mediocrità e cose strasentite; è un immenso dispiacere ritrovarsi questi dei in terra momentaneamente senza più ali per trasvolare in alto, e con altrettanta incazzatura si va ad evidenziare un cullarsi fin troppo vuoto, un vagheggiare da ex diavoli tecnici a giganti gentili con doppia cassa e meno buio espressivo, e tutto questo fa male, veramente male.

La solita alchimia che fece furore guardando sullo specchietto retrovisore del tempo, il nu-metal classico che batte quattro “Build me up, break me down”, l’heavy-prog che stagna nel marciume “Lost no forgotten”, il powerchord zampillante che fu la fortuna di tanti handbanger “Bridges in the skyes” o la ballatona strappacuore che sulla distanza di dodici minuti infrange, cuoce e dissangua chi di essa si è innamorato “Breaking all illusion”; nessuna mossa in avanti se non per qualche equilibrismo sospeso che fa terra franca tra rumore e rifferama “This is the life” in cui Petrucci ricama solismi chitarristici sempre pregevoli o lo specchio di paradiso che galleggia sui campionamenti e sinth che Rudess usa come un’orchestra ispiratissima “Outcry”.

Peccato per i nostri heroes del prog-metal, questo nuovo album non rinfranca in nulla, nessuna divagazione nuova, nessuna forza trainante se non i consueti numeri da gran manuale. Il resto e tutta routine, per quanto sempre di gran classe.

Voto: ◆◆◆
Label: Roadrunner records


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