venerdì 30 dicembre 2011

Steve Aoki - Wonderland (Recensione)

Steve Aoki - Wonderland Abbiamo parlato varie volte del ruolo occupato da Steve Aoki, il fondatore della Dim Mak Records, all'interno della scena elettronica contemporanea, da ballo e non. Se la scoperta dei pregevoli Mustard Pimp ha espresso la migliore ricerca nell'electro da ballo e se la distribuzione dell'ultimo disco degli Atari Teenage Riot ha dato la possibilità ai nostri di tornare in grande stile all'interno di una grande distribuzione, ci sarebbero molte cose da obiettare sulla qualità del lavoro di Aoki come solista. Questo è evidente anche in questo disco, un disco commercialmente intelligente in cui tutte le bozze possono diventare potenziali hit single di grande successo nei club più alla moda. Vi chiederete allora perchè inserirlo all'interno del panorama di Stordisco. D'altronde sarebbe inutile parlare unicamente dei dischi da elogiare e per i quali vivere, e, considerando la sua importanza sulla scena attuale, il guru delle nuove mode Steve Aoki merita la nostra, seppur particolarmente critica, attenzione. Come detto poco sopra, il disco è l'emblema del ballo commerciale, quello che ogni compositore di musica elettronica che si rispetti tenta in ogni modo di non raggiungere. Certo, Aoki oggi viene considerato un dio e un guru, uno scopritore di talenti o, come nel caso dei suoi lavori, un abile venditore di fumo, in quanto non inventa niente, al contrario sfrutta continuamente le idee altrui. Quali? Ovviamente il dubstep, un genere, anzi, Il genere di questi ultimi anni, che sta esplodendo a livello commerciale e che sta regalando - pochi - act pregevoli e - molti - spazzatura. Non c'è niente di nuovo e di sbagliato in questo in quanto il meccanismo è sempre quello, uno su mille ce la fa. Il guaio è che il Nostro non ce la fa, basta sentire i brani in cui utilizza il genere, brani contraddistinti da una pochezza stilistico-compositiva e da una vena creativa pari allo zero. La sua non ricerca non convince in quanto tutto è stato già sentito e Aoki sembra proporci un disco che musicalmente è accostabile in larga parte agli ultimi lavori dei The black eyed peas, che fanno anche dei brani interessanti, ma estremamente commerciali e fuori da ogni contesto di musica di un certo tipo. Aoki non può e non deve rovinare tutto il lavoro che sta facendo pubblicando dischi di - cattiva - derivazione, smostrando un sound che potrebbe essere esposto molto meglio ma, soprattutto, producendo per il gusto di produrre, in quanto nella sua inutilità questo lavoro non esprime niente quindi non ha senso di esistere. Non c'è molto da dire sulle soluzioni compositive in quanto sono estremamente semplici e banali, simili a quello che ci aspetteremmo di sentire ad una puntata di Top of the pops, e questo non è un gran traguardo, ma la gente apprezzerà, apprezzerà eccome. Questo disco farà un grande successo di "vendite", o, più realisticamente, i brani contenuti passeranno per tutte le discoteche più "in". Quale futuro per la nostra musica? Se queste sono le sue espressioni, a questo punto è meglio lanciarsi su altre cose. E' inutile citare alcuni brani piuttosto che altri, vi basti sapere che sono quasi tutte collaborazioni con gli artisti più commerciali e blasonati del momento, nonchè i più sopravvalutati in circolazione, e che, più che un disco unitario, questa è una raccolta di hit da dancefloor di quarta categoria. Ci auguriamo che Aoki riesca a trovare la via del ritorno dal Paese delle Meraviglie, e soprattutto che torni coi piedi per terra. Prima di tutto la qualità.


Voto:
◆◇◇◇◇
Label: Dim Mak Records

1 comments:

Anonimo ha detto...

in quali negozi di milano posso trovare i cd di steve aoki??

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