martedì 3 gennaio 2012

Hate Eternal - Phoenix Among The Ashes (Recensione)

Hate Eternal - Phoenix Among The AshesSignore e signori: quaranta minuti di silenzio! A parlare ci penserà il terzetto floridiano corrispondente al nome di Hate Eternal e vi dico che mai nome fu più azzeccato, poiché è davvero odio allo stato puro quello che esce dalle “bocche” di questo trio brutale.

Mi accingo ad accostarmi alla quinta fatica in studio degli Hate Eternal ed è il secondo disco in cui non fa capolino un “concept” sulla monarchia e su tutto ciò che ne deriva. Il primo ad “uscire fuori dal seminato” è stato il disco precedente, quel tanto criticato Fury & Flames; un disco fatto di brutalità ed odio, odio viscerale verso tutto ciò che circondava la vita di Erik Rutan, mastermind della band, legato alla perdita di un caro amico nonchè bassista del gruppo stesso: Jared Anderson. Fury & Flames uscì come un'operazione psicologica di Rutan e soci, come a voler esorcizzare il dolore per la perdita dell'amico e si è rivelato essere una mazzata di proporzioni immani, non un attimo di tregua, non un momento per tirare il fiato, tonnellate e tonnellate di riff brutal pronti a colpire l'ascoltatore con tutta la violenza di cui sono capaci.

Non si può dire la stessa cosa del nuovo disco in cui gli Hate Eternal decidono di puntare non solo sulla tecnica esecutiva e sulla capacità di Rutan in sede di registrazione e produzione, ma lasciano all'ascoltatore la possibilità di godere anche dell'atmosfericità di un album che parte da una resurrezione; quasi una dichiarazione di intenti che si può intuire già dal titolo: Phenix Among The Ashes. Il disco si articola in 10 tracce in cui non manca capacità di esecuzione, capacità di creare atmosfera e soprattutto non manca personalità. Dopo la caduta mostruosa dei Morbid Angel con l'ultimo platter Illud Divinum Insanus, gli Hate Eternal si instaurano, personalmente, sul trono come alfieri di un brutal death che molto deve al sound dell'angelo morboso; non a caso Rutan e lo stesso amico/bassista Anderson provenivano dalla fila dei Morbid come session in sede live. Questo però non deve trarre in inganno perchè, seppur di richiami al suono degli amici/colleghi Morbid Angel ci sono, gli Hate Eternal hanno sempre saputo dire la loro e soprattutto hanno saputo sperimentare in un mondo dove spesso e volentieri la stagnazione la fa da padrona.

Phenix Among The Ashes è un disco che è uscito quasi a sorpresa e in maniera inattesa si è fatto breccia nel panorama brutal-death che in ogni caso ha visto uscite molto interessanti; nonostante il metodo compositivo del terzetto non sia cambiato poi granchè, devo dire che questo disco sorprende per una maggiore organicità dei riff, della produzione e soprattutto per la capacità di riuscire a donare atmosfera anche lì dove non ci si attenderebbe ci sia. E' vero che il disco è disseminato di riff sparati a trecento all'ora ma è anche vero che in molti intervalli ci sono fangosissimi riff che rallentano non solo l'incedere inesorabile della batteria, ma sembra quasi che il nostro fiato segua questo rallentamento e affaticamento; d'altronde riuscire a risorgere dalle proprie ceneri non è assolutamente un processo facile e soprattutto veloce, ha bisogno dei suoi tempi, delle sue riflessioni e delle sue lotte intestine; ed è questo ciò che esce fuori dall'album in questione, una lotta tra la necessità di utilizzare melodia (se di melodia si può parlare in ambito brutal-death) e la necessità di non lasciare che il tutto si appesantisca e devo dire che l'operazione riesce piuttosto bene perchè il disco raggiunge perfettamente questo scopo. Se devo essere sincero, questa volta il disco risulta decisamente più costruito e ben studiato e dopo il capolavoro di I, Monarch targato 2005 (decisamente supremo!) questo Phenix Among The Ashes è il disco migliore del terzetto della Florida e se gli offrirete una possibilità vi garantisco che lascerà un segno indelebile anche dentro di voi. Death metal tecnico e sanguigno come non se ne sentiva da diverso tempo che colpisce giù duro e non fa prigionieri, ma che allo stesso tempo forse lascia ben sperare per un genere che troppe volte ha lavorato solo di carta copiativa; gli Hate Eternal sono qui a dirci che osando qualcosa di nuovo si può tirare fuori anche da una vecchia carcassa come un genere attivo dal finire degli anni '80, si deve solo saper costruire bene ed avere in testa ben chiaro dove si vuole arrivare e a giudicare dai risultati Rutan riesce bene nel suo intento. Vi consiglio vivamente di prestare orecchio a questo disco ma vi consiglio anche di dare un ascolto alle precedenti release perchè ne vale davvero la pena; ripeto dopo la delusione dei Morbid Angel loro rappresentano il futuro di un certo modo di fare death metal e di un certo modo di approcciarsi al riffing, di cui fino a quualche tempo fa i signori incontrastati erano proprio i Morbid Angel ma adesso segnano decisamente il passo, vuoi per la pochezza di idee, vuoi per la voglia di provare ad essere innovatori ad ogni costo che, associandosi alla mancanza totale di un progetto musicale porta alla composizione di un album che si attesta ben al di sotto della mediocrità come Illud Divinum Insanus. Non sto facendo una recensione del disco della band che ha composto capolavori come Altars of Madness, Blessed Are The Sick o Covenant, ma la uso come metro di paragone proprio perchè piuttosto vicina come sonorità agli Hate Eternal per farvi comprendere dove questi ultimi siano arrivati nella capacità di affinare la tecnica compositiva e dove invece siano precipitati i signori di un certo modo di intendere il death metal. Il disco sicuramente ha una certa osticità di fondo insita proprio nella modalità di scrittura dei brani ma è necessario armarsi di un po' di pazienza per riuscire ad entrare dentro il prodotto, ma poi vi si aprirà un mondo e forse altre cose relative allo stesso genere vi appariranno anche piuttosto banali e prive di senso. Consigliatissimo!

Voto: ◆◆◆
Label: Metal Blade


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