giovedì 12 gennaio 2012

Soft Kill – An open door (Recensione)

Soft Kill – An open doorNon avevano lo stile e l’affezione necessaria ad una band come si deve di andare avanti e di affilare – ogni volta che si poteva aprire una sala di registrazione – le armi della seduzione sonora per poter poi affermare di essere usciti definitivamente dal “tunnel della new wave”; non c’è nulla da fare, credendo di trovare chissà quale eldorado, i coniugi Shiloe Alia e Toby Grave, ex perni della band dei Blessure Grave, si mettono in solitaria, si fanno chiamare Soft Kill, ed invece di invertire rotta se n’escono con l’album “An open door”, ricadendo in maniera recidiva nella wave più ombrosa e misto-pece che ci sia.

Il duo di Portland (Oregon) cerca di catturare e di ritrasmettere qualsiasi sfumatura degli 80,s, e con ciò non è che sia cosa in fondo non piacevole, ma se si cerca di sfiorare la magia di quegli anni e dei suoi angeli destrutturati Joy Division – su tutti – la cosa sa di machiavellica operazione coveraggio, ovvero rifare quello che sappiamo fare meglio o andiamo sul sicuro; la label Fast Weapon in mano a Nathan Howdeshell dei Gossip, produce questo disco con la fiducia cieca verso la wave come impetuoso e tremendamente evanescente terreno di rinascita “del settore”, ma quello che trapela da un ascolto ben focalizzato è la lontananza siderale da tale rinascita, nulla contro questo duo ci mancherebbe, ma nulla fa presagire un futuro di un moderno “No Future” proposto dai Soft Kill.

Un disco che scorre come acqua sporca nel lavandino, tutto è già stato metabolizzato nella pancia lavatrice della nostra seconda gioventù, le schermaglie di chitarre, i sintetizzatori che s’imbizzarriscono, drum-machine , analogici beat – stranamente non ci sono folte capigliature cotonate - e tutto il bailamme notturno e appiccicoso di nebbia che fa parte del bagaglio caratteriale della wave; fanno capolino i Cure del periodo black (Pornography) “Death in the family”, fa tremare il freddo cattedratico e marmoreo di “Feral moans”, tornano vivi i Chamaleons perennemente ricitati dentro i solchi di “Sea on dubt”, “An open door” o – per tornare in cima – l’epilettismo sintetico che in fondo è il manifesto programmatico degli anni ottanta “From this point on”, e sul cui ritmo abbiamo ballato e perso chili di vita e di gel anni e anni fa.

Appunto, se siamo in cerca di qualcosa di ballabile senza troppa emissione di luce, il disco accontenta abbondantemente, se invece si cerca una speranza nuova per andare oltre la barriera mai segnata della topografia dark, wave e in qualche modo shoegazer, bisogna lasciar perdere, anche perché le giornate sono fredde e qualcosa di molto, ma molto più caldo, ci abbisogna al cubo.

Voto: ◆◆◆
Label: Fast Weapons



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