sabato 28 aprile 2012

Marylin Manson - Born villain (Recensione)

Brian Warner è un nome altisonante, uno dei grandi protagonisti della musica alt-commercial degli anni '90, nel bene e nel male. Il suo grande svantaggio è stato quello di aver puntato il suo successo sulla propria figura piuttosto che valorizzare una musica che, tutto sommato, nei suoi limiti, ha conosciuto degli episodi molto validi. Dopo Golden age of grotesque Warner non ha cambiato completamente stile come affermato da molti, anzi ha cominciato sempre più a fare quello che avrebbe sempre voluto. Glam rock (v. Mechanical animals). Perchè fondamentalmente Brian Warner è sempre stato tale. L'appoggio del musicista Trent Reznor in alcune sue vecchie produzioni, il mondo del music-biz e tanti altri fattori hanno tentato di etichettarlo in modi scorretti chiamandolo artista metal o peggio ancora artista industrial-metal (genere che in sostanza non esiste). E anche questo Born villain, che non aggiunge e non vuole aggiungere molto al discorso principale, prosegue sulla strada del Glam presentando un rock fatto di mezzi tempi e di ballate, i temi sono molto autobiografici, parlano di storie di vita e delle persone. Non è un disco innovativo ma è un disco molto buono che prova che Warner vuole fare quello che sente di fare e non importa se siamo lontani dalle idee di dischi storici come Portrait of an american family, Antichrist Superstar, Mechanical animals e Holy wood...è meglio così, è meglio non alimentare qualcosa che non esiste e che viene spacciato per tale. E' meglio fare semplicemente del rock, di derivazione certo, ma quel che conta è che sia buona musica. La voce c'è e quella da sola porta avanti il resto. Il nostro è diventato, più che un cantautore, un cantore allo stesso modo di chi, come Tim Skold, anch'egli nativo Spooky Kid, ha dimostrato con Anomie. E i due percorsi sono molto simili. Il grande e unico difetto di questo Born villain è che, rispetto ai primi lavori, la formula è sempre la stessa: i brani sono un po' tutti uguali. Hey cruel world è la risposta a (This is my) Elephant di Skold, è un pezzo grandissimo, costruito a tavolino ma che centra il bersaglio e che mostra l'artista maturo. Ma già a partire dalla successiva No reflection tutto prosegue sullo stesso, identico percorso per la lunghezza di 14 brani. Certo, alcuni di loro sono più ballad, altri più rock, ma la formula è quella. Dipende come sempre da cosa l'ascoltatore cerca. Dategli più di un ascolto e trovate la vostra via. 

Voto: 
Label: Cooking Vynil

2 comments:

angelorusso1982 ha detto...

ma che razza di recensione è questa? tim skold non faceva parte degli spooky kid. cruel world non c'entra niente con this is my elephant e non è assolutamente vero che i pezzi sono tutti uguali. ci sono tanti midtempo ma anche pezzi molto veloci e aggressivi, così come momenti ballabili e altri quasi doom. ma che hai ascoltato? boh!!

Alessandro "Mister" Violante ha detto...

tim skold (2003-2007) ok non era former ma lo leggi da qualche parte? :)

il fatto che secondo te questo e anomie non c'entrino niente così come il fatto che tu ci veda una grande varietà è una cosa tua, io la vedo diversamente.

e poi con ste considerazioni da fanboy, mica ho detto che fa schifo anzi, gli ho dato tre stelle. però semplicemente per me è monotono e tutto uguale (in confronto al periodo da portrait a golden age). punto.

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