domenica 13 maggio 2012

Mapuche - Anima latrina Ep (Recensione)


Qualche mese prima del full length ''L'uomo nudo'', Mapuche esordisce con un biglietto da visita in forma di EP per la siciliana Doremillaro. ''Anima latrina'' è tutto un programma sin dal titolo, e nello specifico è insieme manifesto e one-man-show firmato Enrico Lanza, che in punta di dita monta sul palco e si presenta al mondo con nient'altro che gli accordi facili facili della sua chitarra. Il palco in questione è già troppo immaginartelo come quello di un teatrino Off a luci spente; e al mondo di cui sopra, magari la prima cosa che gli viene in mente è una specie di dissacrazione di ''Anima latina'' di Battisti-Mogol, e la seconda il raglio pazzoide e sgangherato di Rino Gaetano.
Mapuche ha pisciato in un secchio, e poi col secchio ci ha fatto un disco. Nel secchio ci sono finite le scorie, c'è l'acqua che gli ha depurato fegato e reni da alcool di cantina, rospi scaracchiati dalla gola e infezioni che gli rendevano scomodo anche solo lo stare seduto su una seggiola - figurati il resto. Mapuche è scarno, asciutto, gli si leggono le ossa una a una sotto la pelle mentre canta a occhi chiusi; il suo canto è più sbrigliato e arruffato di un Babalot dei tempi d'oro - quello di ''Ho visto la luce'', ''Schifo'', ''Festa #3''. L'attitudine di ''Anima latrina'' è talmente essenziale e radicale che se Mapuche legge ''radicale'' gli viene in mente Pannella e ti rovescia in testa il secchio di pipì di prima.
Mapuche non ha filtri, e se ce li ha, al massimo sono quelli per rollarsi il tabacco, perché Mapuche è un ''Controgiovane'', è un menestrello allampanato con le tasche vuote senza un euro per le sigarette. È uno che legge poeti dimenticati dal mondo, come il Burchiello, che si guadagnava pagnotta e vino ritagliandosi il tempo da consacrare all'arte a suon di rasoiate. Mapuche ama gli Anticristo che sovvertono le regole, e consegnerebbe volentieri alle fiamme «i giovani d'oggi, i coglioni che prendono citazioni altrui e le fanno proprie, che scambiano Dante con un freezer, una lavatrice, che mischiano, si impasticcano e non si danno fuoco». Sulle stesse fiamme - quelle che gli bruciano nello stomaco - ci butterebbe litri e litri di ''Cherosene'', «per dare fuoco a questo posto e ribadire il giusto». Di seguito in ''Calcestruzzo'', una filastrocca martellante e ossessiva che - almeno in apparenza - mette in mezzo pure il buon (?) vecchio Umberto Tozzi («divento sempre più tozzo, esattamente come Umberto, che non canta più come un tempo»), torna l'alienazione dalla contemporaneità, e il senso forte di non appartenenza, che nella più che mai rinogaetana ''Fatimah'' - «io a Fatimah la conosco poco e niente, eppure Fatimah è la sorella di un mio caro amico» - abbraccia l'incomunicabilità più fatalista, paradossale e solitaria in una specie di ''Sua sorella è figlia unica'' («un intero agglomerato urbano conosce Fatimah poco e niente, mentre Dio la conosce solo di vista»).
''Fogna'' chiude l'EP, e nella fogna Mapuche ci libera addosso il suo fardello scomodo di liquami, chiudendo un cerchio e un rifugio sicuro attorno al suo microcosmo, che già in questa sua primissima prova discografica è illustrato con personalità convincente e schiettezza disarmante: «io non uscirò, e non mi importa se non conviene; fuori è una fogna, qui sto bene».
Consigliatissimo.

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: Doremillaro (SB) Recs.


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