lunedì 11 giugno 2012

Patti Smith - Banga (Recensione)

Lo sconfinato amore per il nostro Paese ha portato la grande sacerdotessa del rock Patti Smith a fare un nuovo disco di inediti zeppo di riferimenti all’Italia, a otto anni da Trampin’ e Twelve, dischi che avevano suonato bene ma di routine; “Banga”è il nuovo fuoco discografico che la grande artista americana accende proprio in questi giorni e che aggiunge sostanza e magia al vero rock, quello inteso non solo come sound ma anche come portatore sano di poesia e umanità.


Un disco che innalza l’arte in tutti i suoi dettagli, denso, pacato, vibrante, luminescente, elegiaco per come maneggia la grazia e il soffio potente del rock, dieci canzoni – tra le quali un personalissima versione della Younghiana “After the gold rush” – pensate e scritte oltre che sul ponte della nave Costa Concordia (quella del naufragio del Giglio), durante una crociera solitaria mesi prima dell’incidente, e altre due concepite ad Arezzo insieme ai ragazzi della Casa Del Vento dove la visione di un dipinto di Piero della Francesca viene fissata per l’eternità nella stupenda suite de “Costantine’s dream”.


Disco che snobba le moderne tecnologie, solo chitarre e poco più, una tecnica sicura ed estroversa che sorregge il mito Smith negli anni e che fa sempre scuola, tracce che lasciano – sembra una gag – il solco ed il tenore della semplicità quasi geometrica, spazi e variazioni metriche lasciati nel cantuccio per riprendere in gioco il profumo della poesia come ornamento della bellezza e della sensibilità; molti gli omaggi sottoforma di storie tenere, “Maria” dedicata a Maria Schneider (Ultimo Tango a Parigi), “This is the girl” ad Amy Winehouse, “Seneca” omaggio al figlio di Steven Sebring (regista del film Dream Of Life) o “Nine” scritta per il compleanno di Johnny Deep e dove un riff di chitarra elettrico di Tom Verlaine (ospite) fa rabbrividire l’epidermide, ma anche un caldo pensiero tutto rock bollente alla tragedia giapponese di Fukushima “Fuji-sun” e limpidezze creative che abbracciano tra sguardi furtivi e aperture di cuore Bulgakov, San Francesco dei poverelli e Tarkovsky, tutti ornamenti aurati di una qualità umana inarrivabile e che Patti alberga tra le stanze dei suoi dolcissimi accoramenti.


Nel mezzo del cammin della vita, può venire in mente di guardarsi indietro e di voler tracciare delle riflessioni e sentire ancora suonare dischi così come fossero ulteriori suggestioni da incamerare nell’animo fa “pressione vitale” affinchè la simbologia del rock ancora possa immergersi tra mito e realtà, e tutto questo Lenny Kaye lo sa, non perché segue questo mito da sempre, ma anche perché è la realtà con cui deve fare i conti ogni giorno che sia giorno.


Inesauribile caleidoscopio sonante da ascoltare quando la sera si avvicina lascivamente alla notte.

Voto: ◆◆◆

LAbel: Columbia 2012



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