lunedì 18 febbraio 2013

Cesare Basile - S/t. (Recensione)

Palermo. Ritornare a casa dopo sette anni e sentire la necessità di mettere mano non alla chitarra, bensì a calce e cemento per riconquistare la libertà di essere sè stessi, per riottenere spazi e ideali che possano dare dignità a quanti, calcando prosceni e non solo, vogliono esprimere la loro identità.
Questo è stato il motore e l’impulso che ha dato vita all’ultimo grande lavoro del “Maestro/mastro” Cesare Basile.

Dieci tracce nate d’un fiato, lo stesso recuperato dopo il lungo periodo passato a lottare contro polvere e potere, recuperato a pieni polmoni dopo aver ridato luce al Teatro Coppola occupato.
Tracce o, meglio, storie intrise di passione e rabbia, nate dall’esigenza di gridare i dolori di vite sì piegate, ma non completamente spezzate. Una fotografia che sembra quasi rappresentare un’altra epoca, un’altra società, eppure siamo in Italia, nella nostra Sicilia e a darne prova è la fantastica lingua che il cantautore usa per sottolineare, forse, ancora una volta, l’identità di un popolo che non ha nessuna intenzione di cancellare il proprio passato, né di sacrificare la propria volontà di scegliere quello che deve essere il futuro.

Ed è proprio cantando questa voglia che Basile inizia il suo racconto con “Introduzione e sfida”, storia di un uomo tornato per cantare di amore, gelosia e sdegno, a suon di folk con un efficace siciliano che non solo da’ il giusto ritmo, ma sottolinea ciò che sarà l’anima del suo lavoro.
Anima che indubbiamente trova la sua “dimensione” quando parla in siculo, in canzoni come  “Marilitta Carni che racchiude storie di sfruttamento del lavoro (caporalato di ieri e di oggi), e Canzuni Addinucchiata, dove emerge la dignità di una donna che dopo aver passato la vita in ginocchio, umiliata e piegata, preferisce essere calata nella fossa cosi. Cruenti testi dunque, accompagnati da chitarre e percussioni che ci portano precisamente li dove sono stati creati.
Ma non si può non parlare di Minni Spartuti, antico racconto di un malato amore, tanto malato da portare all’uccisione della donna. Anche questo testo interamente in siciliano, ma dal sound blues, - quasi stridente da sembrare un’amara nenia in rima -, è capace di restare impressa anche nella mente di un milanese doc.
E ancora, non potremmo capire appieno la sua opera se non ci soffermassimo sui testi in italiano, quelli che nell’immediato ci regalano assurde e struggenti verità. Dolci poesie come Caminanti e Sotto i colpi di mezzi favori, in cui piano e chitarra accompagnano una dolcissima voce che ancora denuncia una verità tanto atroce quanto sensibile.

Cosa renda questo disco un capolavoro è di sicuro la manodopera del maestro, che nulla sarebbe stata però senza l’ispirazione che viene dalla sua amata Sicilia, sostenuta dalla collaborazione di grandi artisti come Gabrielli, D’Erasmo, Caudullo, ed altri.
E per la serie i consigli “non si chiedono, ma si danno” : acquistatelo anche in vinile perché comprende “Le Ossa di Colapesce”, album di reinterpretazioni acustiche delle sue più belle canzoni.


Voto : ◆◆◆◆◆
Label : Urtovox

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