sabato 16 marzo 2013

David Bowie - The Next Day (Recensione)

«David Bowie era il nostro idolo solitario, il più stupendo di tutti. La sua musica era la migliore. Tutti volevano assomigliare a lui».

Avevi ragione, Christiane: David Bowie è l’indiscusso Maestro che ha insegnato a generazioni intere il grande inganno del narcisismo, guidando come un messia elegantemente reietto schiere di alienati imbottiti di droghe e coperti di lustrini da quattro soldi. Sembrò un gesto di umiltà e ritegno stupefacenti, quasi un sintomo di umanità malcelata, il ritiro discreto dalle scene; ma il richiamo dell’arte quale antidoto al terrore dell’effimero si è rivelato, ancora una volta, irresistibile.

A dieci anni dal trascurabilissimo Reality, le note che accompagnano il ritorno sotto i riflettori dell’eterna Primadonna appartengono al pigro e felpato singolo Where Are We Now?: la fascinosa prova vocale e gli intriganti, nostalgici acquerelli berlinesi non bastano a evitare che l’iniziale eccitazione si stemperi in un inesorabile effetto soporifero. Questa interminabile litania è tuttavia un preludio fuorviante al vigore sonoro ed espressivo dell’opera, significativo archetipo della peculiare forma creativa bowieana: come in capolavori di transizione quali Diamond Dogs e Station to Station, il fondamentale senso di incompiutezza e frustrazione è articolato e incanalato, con un’operazione di espressione paradossale ai limiti dello straniamento, in brani di perfetta conclusività compositiva ed eccezionale accuratezza.

Scelte di ambivalenza strutturale implicite sin dall’iniziale title-track, che adagia l’albionica lascivia dell’interpretazione su un energico incalzare chitarristico, per poi dissolversi nell’inatteso Singspiel di "Dirty Boys". Il minaccioso e sordido cabaret funge da avanguardia per lo sfrontato erompere di "The Stars (Are Out Tonight"), secondo singolo rivestito di scintillante decadenza dal fido Tony Visconti, la cui produzione teatrale e magniloquente si eleva su sature chitarre ronsoniane. Quella che Bowie stesso definì «nostalgia del futuro», la costante meditazione della caducità declinata nelle molteplici incarnazioni e maschere, è esposta ed esibita in quest’opera come consapevolezza del potere di precorrere il tempo ma insieme, inesorabilmente, trascinarsi alle spalle un passato. Così, è nel glam-pop di "Valentine’s Day" che Bowie esplicita la paternità di quella malinconia cool eletta dai Suede a cifra esistenziale ed estetica, mentre si cimenta con aperture melodiche beatlesiane in "I’d Rather Be High", prima di scivolare nel corale gospel urbano di "Boss Of Me", sospinta da fiati notturni.

L’ipertrofia espressiva, forse alimentata nell’ultimo, defilato decennio, nella sezione centrale del lavoro include momenti che tradiscono un’ispirazione piuttosto stanca. Ballad melò ("You Feel So Lonely You Could Die") o riff ovvi e abusati ("You Will Set The World On Fire") sarebbero prevedibilmente caduti sotto la scure di una salutare operazione di sottrazione e riduzione all’essenziale, che avrebbe consentito all’affascinante blocco dell’epilogo di portare a compimento la coerenza complessiva dell’opera.

«Nel preciso istante in cui ti senti al sicuro, sei morto. Sei finito». Alla soglia dei trent’anni, Bowie già fronteggiava con vivida lucidità la condanna all’impermanenza, l’estraneità rispetto al tempo presente e l’impulso a divorare il futuro che sentenziano inesorabilmente la fine di ogni possibilità di stasi. Got to keep searching and searching.

Voto: ◆◆◆
Label: ISO Records

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