giovedì 29 agosto 2013

Hyaena Reading - Europa (Recensione)

E’ un contenuto seminale quello che Europa, official dei Hyaena Reading porta nel suo “sacco vitellino” e che s’incarna come principio esemplare nella ricerca sonora, intima, e sperimentale eccezionalmente tenuto ai margini del mainstream; dodici tormenti attorcigliati che surrettiziamente idolatrano il post-wave di quello malato a puntino messo a confronto con psichedelie blues sistematicamente cupe e dialogate, una vena fosca ed ossessiva che nella destrutturazione della forma rock trova il suo viatico, la sua sofferenza, la sua rinascita smagliante.

Il disco ha trovato – tra Italia e Francia – una nozione di geografia sonora ben distinta, patafisica e parlata a lametta, un gergo espressivo nudo e crudo che ricorda molto le non indulgenze degli Ulan Bator e gli amaricanti solos dei Bachi Da Pietra, una poetica secca ed incorrotta che fa massa e cortocircuito tra pulsioni d’amore, non amore, spiritualità slegata da fede e abbandoni attraverso identità e false soddisfazioni; tracce scure e scheggiate come risulta di una lotta intestina che non ha più bisogno di smaltire nulla se non una psiche tormentata tra bellezza e peccato. Potrebbe sembrare un disco “day after”, quelle alchimie profonde e senza via di scanpo, ma loro, gli Hyaena Reading (Francesco Petetta voce/testi, Gianfilippo Bonafede chitarre, Emanuele Celegato chitarre e Estelle Rouge synt/rumori/nastri), setacciano al contrario quello che ne rimane in superficie, quello che a rasente di un’innegabile perizia strumentale portano a galla da un mondo quasi parallelo, malefico, amabile, monolitico ma fragilmente infrangibile.

Spasimo e miscele off caratterizzano una tracklist conturbante e lapidaria, la scartavetrata elettrica che lascia ematomi “Sacrifices”, il baratro magmatico di “Portus Namnetum”, i CSI che si palesano tra i gorghi empatici della titletrack e in “Ogni errore”, le belle slidate chitarristiche lungo un blues urbano emaciato “Uccidine uno”, la ballata desertica “Preghiera per il mio deserto” e l’assenza di gravità che “Steam, vapore, vepeur” fomenta come uno stato mentale lapidario.

Un disco dal profilo atmosferico ben oltre sopra l’underground standard, un disco che racconta tutto l’off di una vitalità e di un respiro fuori dal tempo, fuori da tutto, dannatamente da tutto.

Voto: ◆◆◆
Label: Sub Terra

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