martedì 20 agosto 2013

The Fall - Re-mit (Recensione)

The Fall – Re-mit
Da oltre tre lustri il succedersi degli anni è segnato con inesorabile esattezza dalle uscite discografiche dei Fall: ogni nuovo lavoro sgocciola come mercurio dalla mente arguta e feroce di Mark E. Smith, impastato della medesima sostanza del precedente e ideale preludio al successivo.
Se non amate l’incalzare ansiogeno e il suono cinerino dei mancuniani o se mal tollerate il ghigno malefico del tirannico e autarchico leader, la serialità con cui i loro lavori si susseguono apparirà come una superflua ripetizione di uno stereotipo codificato all’indomani del punk e ostinatamente riproposto nell’immobilità di un eterno presente; anno dopo anno, anch’io mi impongo di prendere le distanze dall’ennesimo capitolo della personale caduta di Smith, e tento di arrivare a decretare la fine della mia affezione al perpetuo sferragliare dei Fall.
Anno dopo anno, nulla però cambia e ancora mi ritrovo a scuotere la testa insieme annuendo compiaciuta e ballando elettrizzata, come sul garage post-atomico e indolente di Sir William Wray, scandita dal balbettare ottuso di Smith, o sullo scheletrico tittyshaker di Kinder of Spine. L’asettica minaccia spiraliforme di Noise prelude alla desertificazione chitarristica di Hittite Man, che allunga la reiterazione allucinatoria sin nello spoken atterrito di Pre-MDMA Years; il party da discarica o camposanto riparte con il riff svogliato e dondolante di No Respects rev. e con il synth antidiluviano di Victrola Time. Smith persevera nel suo tagliente lamento sul discontinuo oscillare di Irish e sulla sommessa marcia di Jetplane, deragliando negli ultimi istanti in un rantolo imperscrutabile e lontano. Jam Song martella perentoria e stordita verso l’epilogo dell’incubo, sigillato non da un blando defilarsi ma rinvigorito, con la conclusiva Loadstones, dall’ennesimo gorgo metallico.
Nel 1980 Mark E. Smith, poco più che ventenne ma già adorabilmente indisponente, annunciava l’aspirazione a invecchiare come il malconcio animale da pub immortalato nell’omaggio alla working class nordista di Fiery Jack: la solitaria pervicacia con cui ha nutrito la propria creatura sonora fa sospettare, però, che in realtà abbia sempre covato il malcelato progetto di continuare a infestare la scena musicale con le sue annuali e caparbie apparizioni, infaticabilmente mosso da una presunzione smisurata e da una precisa intenzione molesta verso il genere umano.

Voto: ◆◆◆◇
Label: Cherry Red Records


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