lunedì 30 settembre 2013

Deadburger - La Fisica Delle Nuvole (Recensione)

C'è chi dice che la crisi crea opportunità, e forse qualcuno ci crede davvero. Tipo i Deadburger, band con una carriera ultradecennale che in un'era in cui non si vendono più cd (ma da mò...) ne fa uscire ben tre. Un trittico di album ognuno col suo bel titolo e la sua ambientazione sonora, pieno di svariate collaborazioni (Emanuele Fiordellisi e Giulia Sarno da Une Passante, Gabrielli, Benvegnù etc...) e votato alla sperimentazione di atmosfere tanto variegate quanto unite da un invisibile filo conduttore, uno stile coerente che emerge tanto nei brani più rock quanto nelle preponderanti divagazioni elettroniche, siano esse minimalmente psichedeliche o totalmente votate all'avanguardia sonora.
Inizio il viaggio da Puro Nylon 100%, in cui l'incipit claustrofobico di “Madre”, basso e batteria a dettare un ritmo lento ed ossessivo solcato da parole, rumorismi elettronici, rade note di chitarra elettrica e violini, nasconde la reale natura del disco: sono infatti le atmosfere rarefatte e minimali le vere padrone, ben delineate dalle “Variazioni Su Un Campione Di Erik Satie”che oscillano fra violini ed effetti elettronici inquieti per lasciare spazio, al quarto assalto, anche alla chitarra elettrica, ma sono soprattutto “Oltre” ed il suo ideale seguito, “Ancora Più Oltre” a lasciare il segno. Muovendosi lungo la stessa melodia la prima si regge quasi esclusivamente su un giro di basso mellifluo ed avvolgente, la seconda lascia spazio alla tromba di improvvisare lungo i tre minuti del brano, una tromba capace di rapire già nella precedente “In Ogni Dove”, notturna suite dal mood raffinato e rilassante. Come una mosca bianca si inserisce in tutto questo “Obsoleto Blues”, mutevole brano dal fortissimo groove dove basso (ora “liscio” ora graniticamente distorto) e batteria dettano il ritmo mentre alla chitarra è lasciato il compito di creare psichedeliche visioni sonore su quel tappeto, un tappeto che da metà brano si fa quasi tribale in una folle corsa sui fusti da parte della batteria.
Microonde Vibroplettri segue a ruota nell'ordine di ascolto, e qui il discorso si fa complicato. I Deadburger, nella persona di Vittorio Nistri per i primi brani e di Alessandro Casini nella seconda parte, danno infatti libero sfogo alla sperimentazione perlopiù elettronica, piazzando qualche buon colpo con la liquidità minimal-psichedelica dell'orientaleggiante “Il Dentista Di Tangeri” e con i distortissimi incroci chitarristici di “Cuore Di Rana” (che sanno molto di Butthole Surfers) ma buttandosi per il resto sui rumorismi troppo fini a sé stessi di “La Mia Vita Dentro Il Forno A Microonde” e “Magnetron” o sul ritmo ripetitivo ed estenuante di “Strategia Del Topo”. Va un po' meglio con la struttura delirante di “Dr. Quatermass, I Presume” e con la dilatazione da trip di “Micronauta”, ma quando arriva la chiusura col ritorno di basso e chitarre a tratteggiare un percorso ripetitivo ma tutto sommato piacevole in “Arando I Campi Di Vetro” le somme che tiro non sono positive quanto nel disco precedente.
La Fisica Delle Nuvole, parte conclusiva del trittico nonché episodio che dà il titolo al'intera produzione, ritorna su atmosfere meno criptiche: fra la new wave oscura e mediorentaleggiante di “Amber”, il groove rock di “Bruciando Il Piccolo Padre” ed il funky alla lunga estenuante di “Deposito 423” questa parte del progetto rivela il lato più tradizionalmente rock della band, anche se non mancano episodi più rarefatti fra cui già l'iniziale title track, in cui la levità dei suoni viene amplificata dal testo, parlato, rubato a Kurt Vonnegut, o in “Wormhole”, dove il tappeto di basso viene solcato da tromba e violini e, brevemente, anche da un duetto di voci maschile e femminile ben congegnato. Il vocalist Simone Tilli esce qui in maniera preponderante, sfoggiando un tono perlopiù greve che ben si adatta alle varie atmosfere, anche se certe forzature metriche in “Bruciando Il Piccolo Padre” sanno di esercizio di stile un po' fine a sé stesso, almeno finchè il groove del pezzo non riesce a sopperire ad un inizio un po' balbettante. C'è spazio anche per brani dal ritmo quasi tribale come “Cose Che Si Rompono” e “Il Mare E' Scomparso”, trascinati dalla fantasia del batterista. Il mood è meno coinvolgente rispetto al primo disco, ma la varietà di atmosfere riesce comunque ad elevare anche questa porzione del lavoro a buoni livelli ed a concludere degnamente l'intero viaggio.

E' difficile valutare un'opera così variegata e monumentale nelle sue dimensioni, un'opera che non può essere scissa fra l'altro dalla sua componente fisica: dalla cover, realizzata da Paolo Bacilieri, all'albo di 64 pagine a cui lo stesso artista ha contribuito. Un albo essenziale per comprendere meglio tutto il lavoro, che permette di scoprire retroscena legati agli spettacoli teatrali di cui questi brani sono stati “colonna sonora” (registrati e in alcuni casi modificati apposta per l'occasione nonostante ripercorrano un arco temporale di 10 anni) oltre a gustosi inserti di cultura spicciola sempre legati a doppio filo ai titoli ed agli argomenti, tutti riuniti sotto la dicitura “Poor Robot's Almanack”, personaggio quest'ultimo che può essere definito come una mascotte dell'intero lavoro. Per tutti questi piccoli e grandi dettagli non si può non consigliare la nuova fatica dei Deadburger, una formazione in continua evoluzione che con La Fisica Delle Nuvole riesce a delineare chiaramente la propria natura multimediale ed artisticamente bulimica.


Voto: ◆◆◆
Label: Snowdonia / Goodfellas


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