giovedì 25 settembre 2014

Goat – Commune (Recensione)

Se prestassimo fede alle leggende, dovremmo accogliere Commune e i suoi artefici come l’ultima incarnazione di un collettivo musicale attivo da oltre vent’anni e misteriosamente ubicato a Korpilombolo, piccolo villaggio svedese dove è ancora praticato il voodoo; e poiché la magia funziona meglio se si è convinti della sua efficacia, asseconderò i miti e considererò la nuova opera dei Goat come il secondo volume di un trattato esoterico.
L’esordio World Music, nella sua rievocazione iperdinamica tanto del primitivismo del Pop Group quanto delle suggestioni conturbanti degli Organisation, induceva negli ascoltatori uno stato di invasamento costante portando a una dipendenza pervicace; quasi asfissiante con la sua giungla sonora, lasciava stremati come dopo una danza catartica. Attesi alla verifica della seconda prova, i Goat di Commune affilano le lance e scolpiscono i loro totem con più accuratezza: Talk to God scandisce percussioni e arpeggi con la pazienza di chi attraversa le decadi come fossero una manciata di istanti e apre subito questo secondo capitolo con tribalismi di exotica Sixties, non quella patinata di Les Baxter ma quella bizzarra e inquietante di gruppi misconosciuti inghiottiti dall’oblio degli anni. L’incipit si chiude con l’insistenza del basso preludendo a Words e al suo assolo isterico e intermittente, riflesso lontano delle incursioni lucidamente sanguinarie di Fripp nei primi dischi di Eno; del dittico Here Come the Warm Jets e Taking Tiger Mountain by Strategy , insuperabile amplesso di audacia furente e sperimentazione scientifica, Commune condivide la tensione verso una sintesi postmoderna del primitivo. The Light Within è un’ipotesi impossibile di come sarebbero i tropici se transitassero verso nord attraverso i paralleli; il collettivo incastra poi saggiamente To Travel the Path Unknown, parentesi assopita tra campanelli e arpeggi lunari, prima di tornare con la perentoria cavalcata Seventies di Goatchild, in cui si innesta prepotente un’ancestrale voce maschile. “The spiritual is more real than most of us believe”, esordisce il predicatore in Goatslaves: nel frenetico dancefloor la negritudine è prosciugata fino a un funk segnatamente europeo nella ritmica bidimensionale, dove è il basso a segnare risoluto le tappe della marcia. Il singolo Hide from the Sun apre con un riff che rischia di essere epico ma, per buona sorte, si risolve in volute memori di Ananda Shankar; una distorsione poco invadente contamina il pezzo proprio al centro prima di tornare, in una perfetta ciclicità ancestrale, al riff iniziale diventato ora acustico. Incrinato a metà è anche Bondye: dalla ripetizione di scampanii e asciutti colpi di gong sintetici si inceppa per virare in un’accelerata orchestrazione da opera cinese, profanata dall’ennesimo assolo frippiano. Gathering of Ancient Tribes, con il suo cantato rabbioso oltre il selvaggio, annuncia che la natura è feroce e l’uomo che la evoca nel rituale animista non può essere da meno; disperata e rovente è anche la coda chitarristica finale, quasi un urlo lancinante di un animale in via d’estinzione.

Voto: 
Label: Sub Pop

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