martedì 30 settembre 2014

Nicolas J. Roncea – Eight - Part One (Recensione)

La critica musicale istituzionale ha selezionato una manciata di vocaboli sulla cui efficacia converge da decenni, che sembrano avere il potere di descrivere universalmente ore e ore di musica in poche, ripetute immagini; tra queste, il termine “derivativo” dovrebbe suggerire l’evidente filiazione della produzione di un artista da quella di qualcun altro. Io attingo raramente al tradizionale canestro del gergo musicale, ma nel caso del terzo disco di Nicolas J. Roncea, italiano di origine francese che scrive in inglese, mi trovo a rimestare pescando proprio l’aggettivo “derivativo”. Eight soddisfa il progetto intrigante di dare inizio a una trilogia, in cui ciascun album è costituito da otto brani che saranno pubblicati in anteprima su Youtube, per poi uscire in digitale e, infine, confluire in un vinile di dieci pezzi, scelti dagli ascoltatori; ma se l’intuizione di impiegare radicalmente le possibilità insite nei nuovi mezzi di fruizione risulta forse audace, più convenzionale è la forma sonora scelta dal songwriter: come in un’edizione degli American Recordings rielaborata dalla sensibilità del vecchio continente, tra gli arpeggi timidi della chitarra acustica e una vocalità dal retrogusto dissonante, ciò che domina è agrodolce rimpianto, timore ma non angoscia, gioia ma non entusiasmo. L’incipit di Forever with the Ghost si aprirebbe come una solitaria cavalcata desertica, ma assume subito una coloritura schiettamente europea nella voce asciutta dal timbro a tratti nasale; la corsa leggera sugli arpeggi, che riecheggia il bucolico romanticismo di Devendra Banhart in The Storm, alza la posta in gioco acquisendo una più convincente levità britannica, mentre l’essenzialità di Find Me impegna una voce gracidante da giovane Bolan in un’implorazione amorosa disarmata. Il debito nei confronti di Banhart è di nuovo evidente nell’urgenza sopita di He’s Wrong, così come fin troppo palese la parentela di Mary J con lo schivo riserbo di Nick Drake: la vibrante emotività sottesa all’archetipica The Thoughts of Mary Jane stimola inevitabilmente una nostalgia uditiva. La voce, esilissima in December, traghetta infine il Damien Rice di Animals Were presso la casa di Suzanne, vicina al fiume come la mia. 
Il diritto rivendicato a trattare temi condivisi e generali quali la solitudine, l’amore, la frustrazione esistenziale attraverso altrettanto familiari strutture espressive è senza dubbio legittimo, eppure confido negli altri capitoli della trilogia per ascoltare qualcosa di più musicalmente temerario, per sancire l’autenticità dei sentimenti che Roncea cerca di comunicare.

Voto: ◆◆◇◇
Label: Autoprodotto

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