mercoledì 24 dicembre 2014

Scott Walker + Sunn O))) - Soused (Recensione)

Apprendere che Scott Walker e i Sunn O))) avevano finalmente unito le rispettive pantagrueliche forze ha illuminato di nuove speranze gli ultimi mesi dell’anno, come quando lo stesso Walker ci regalò in pieno inverno il capolavoro Bish Bosch, scompaginando improvvisamente la gerarchia delle temute classifiche e top ten. Questa operazione in sinergia non è affatto paragonabile al goffo esperimento che aveva affiancato un debole e imbarazzato Lou Reed alla discutibile vena creativa dei Metallica anni zero: le menti e i decibel coinvolti appartengono ad artisti nel pieno delle loro facoltà espressive, che non temono il terrorismo sonoro e le soluzioni estreme in quanto perfettamente padroni dei propri mezzi. Ma se i Sunn O))) non sono nuovi alle collaborazioni, Walker ha invece intrapreso un percorso solitario sin dalla fine dell’esperienza con i Walker Brothers; forse proprio a causa dell’indole autarchica del crooner, che assurge al ruolo di fiero domatore, l’esito del connubio defila il duo alle spalle quasi assumendo il compito di backing band. D’altra parte, conscio che il drone spietato avrebbe potuto metterlo all’angolo, Scott ha eliminato l’attenzione a qualsiasi sorta di armonia, riducendo le linee vocali a un richiamo estremamente primordiale e viscerale, ed è stato indirizzato verso una struttura compositiva più lineare rispetto a Bish Bosch. Tuttavia, poiché la veemenza dei Sunn O))) esige aperture per poter dilagare come un’eruzione lavica, non c’è chance di condensare gli episodi del disco in una forma canzone in qualche modo tradizionale: sembra che la composizione di Walker, pur nell’essenzialità, sia stata guidata dalla collaborazione secondo un’esigenza di maggiore complessità e varietà.
Sebbene l’attitudine quasi operistica della voce nell’iniziale Brando faccia temere un declino nel grottesco, lo schioccare di fruste per tori lunghe fino a tre metri riconduce all’ordine: le chitarre sfoderano inaspettatamente riff hard, bilanciati da accordi atonali, mentre Walker enumera le scene di film in cui l’attore menzionato nel titolo viene picchiato o percosso; Herod 2014 esordisce con campane, che poi si celano per riemergere solo alla fine del brano, e interferenze di rumore bianco che acuiscono il senso di minaccia di cui sono impregnate le liriche, in cui con rime e allitterazioni, degne di un metaphysical poet, Scott rievoca l’infanticidio perpetrato dal Re di Giudea. Anche per lui il volume è il segreto di felice esito della formula magica: tra fucine percussive e ronzanti sussulti tellurici, ogni divagazione in Bull è ridotta all’osso e solo poche parole in latino sfuggono al reiterato imprecare, accrescendone lo sgomento; tuttavia, lo schema di essenzialità compositiva che connota l’album è sconvolta da Fetish che, tra scie di segheria e bollori metallici, sembra essere più affine alle contorte strutture di Bish Bosch. La conclusiva Lullaby, scritta da Walker alla fine degli anni Novanta per Ute Lemper e dedicata al tema del suicidio assistito, si invola su scie lancinanti e bordate in lontananza, abbandonando la voce su radi scricchiolii e corde vuote.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: 4AD

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