lunedì 19 gennaio 2015

Peter Kernel - Thrill Addict (Recensione)

Non tutti i dischi arrivano a incarnare la pienezza di sentimenti che, a volte, ci è concesso sperimentare e che è ciò che ci attrae dell’opera di alcuni artisti; molti sfiorano soltanto quella tensione emotiva e quegli estremi passionali, in un cauto movimento di avvicinamento circospetto o forse inibiti da acerba cautela. È questo il caso di Thrill Addict, ultimo lavoro dei Petern Kernel, coppia svizzero-canadese legata anche da un rapporto affettivo: sebbene le forme espressive siano intriganti e facilmente riconducibili a eccellenti modelli, è difficile entrare in una sintonia d’intenti con i moventi profondi della band, che rimangono lontani senza travolgere attraverso i brani. In Ecstasy il basso di Barbara Lehnhoff traccia le asticelle di un balbettio elementare e familiare come migliaia di foto d’infanzia, replicate centuplicate moltiplicate dai negativi in serie della chitarra e reduplicare anche dall’unisono delle voci; sin da questo incipit sono evidenti gli stilemi dei primi anni Ottanta filtrati secondo la naïveté degli anni zero, ma soprattutto di qualcuno che ha approcciato la musica senza necessità di farsi sanguinare i polpastrelli sulle corde. La metà femminile del duo spruzza la sua voce acidula, ibrido di ultima generazione tra Poly Styrene e Kazu Makino, su un rado e primitivo saltellare di barattoli in High Fever; basso e chitarra hanno in tutto il disco lo stesso spessore: non il peso di laterizi e cemento armato ma la millimetrica sottigliezza delle casupole di un plastico: Your Party Sucks è una miniatura dell’alienazione, una risoluzione in scala di disagi per qualcun altro imponenti. Benché io preferisca evitare di eccedere in riferimenti, negli episodi più sghembi, come Leaving for the Moon, l’affinità con le derive lievi degli ultimi Sonic Youth è talmente palese da inibire osservazioni autonome; solo il coro che precede il ritornello spolvera il brano di una patina di college rock, che lo salva dalla parentela quasi incestuosa. Dopo che la voce di Barbara balza fuori dalla linea della registrazione in It’s gonna be Great, You’re Flawless avanza un tentativo di rendere l’approccio più fosco, incalzando con un contrappunto essenziale tra basso e chitarra; Supernatural Powers è un’interlocutoria filastrocca stralunata che pende dagli schiocchi della drum machine, per poi essere spezzata dalla batteria che avanza a metà brano. Con una certa consuetudine ormai alle strategie espressive dei Peter Kernel, accolgo l’ultima manciata di canzoni: dal mugolare di capricci infantili di Keep it Slow agli efficaci vuoti di They Stole The Sun, da Majestic Faya con il suo incedere sedato al fremente fruscio di percussioni che agita I Kinda Like It, è l’economia di elementi a dominare e a dirottare l’attenzione su pochi momenti sonori. Solo nel finale, l’improvvisazione in studio Tears don’t Fall in Space, la coppia si impegna nel cercare tinte cupe e gravità minacciose; ma la levità ha la meglio, e si impone come linfa stilistica innegabilmente più connaturata a questi visual artist, che sembrano aver incontrato la musica per caso e averla portata a casa come un cucciolo.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: On the Camper Records

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