giovedì 1 settembre 2011

Lenny Kravitz – Black And White America (Recensione)

E’ davvero un momento felice per gli amanti del rock infrageneri e della colta annotazione coloured poetico-sociale, specialmodo se si ha tra le sgrinfie il nono e nuovo lavoro di Lenny Kravitz,Black And White America”, che come una ricetta accademica mescola estrema delicatezza armonica a grandi marasmi elettrici; negritudine, soul, funk, Martin Luther King e Anni 80, questi gli ingredienti patinati che scorrazzano nell’oblungo tracciato sonoro che il disco – registrato sia a Parigi sia alle Bahamas – spara senza convenevoli e ripensamenti, un sound che ora come ora non si avvale di quell’animalità analogica che lo ha visto diventare un semi-dio nel mondo, ma si rafforza nel recupero forte del soul in tutti i derivati, in quella musica nera come la pece che dall’alba dei tempi miete vite, generazioni e impianti hi-fi.

Il bell’ombroso artista newyorkese odia i ripescaggi di marchi o fuoriuscite striminzite di falsi e iconoclastici materiali da esibire tra un disco e l’altro, il fil rouge che lega ombelicalmente Kravitz, il mondo e un jack accalorato è il funk e le cose dette/cantate con l’onestà e l’attenzione che questa musica sobilla, inneggia mandando in calore anime e corpi, e questo disco di tale propulsione n’è stracolmo come un fiume che si getta angelicamente giù per una cascata complice; evoluta e particolarmente distanziata la forma elettrica beatamente aggressiva di stampo Zoso dei precedenti lavori discografici e un forte attracco alla musica della sua pelle, al soul, alla colonna sonora della sua razza ed il relativo meltin-pot culturale e sociale che Kravitz riscopre come originale di una partitura da mettere in mostra tra ragione e realtà.

Si riprende il suo sincopato e avvolgente mondo fatto di contrappunti e slapping di bassi che tolgono il respiro “Life ain’t never been than it is now”, addenta l’R&B e lo porta a volare alto con la bella compagnia di Jay-Z e DJ MilitaryBoongie drop”, più sopra si snoda in un disco-funk ammaliato da un barrito brass di tromba che pare strattonarti e gettarti in pista per ancheggiare gioiosamente “Black and white America”, più al centro gli anni ottanta dello Studio 54 “Superlove”, l’ombra di Marvin Gaye che luccica in “The faith of a child” quasi il seguito della mitica Sexual healing e il disco “atterra” tra campanacci e ritmi senza baricentro “Sunflower”, la traccia che magari conta di meno forse per via di quella sua parvenza di pezzo riempitivo pur di chiudere il tutto e darlo alle stampe.

I giochi son fatti e un nuovo Kravitz è servito, un bel momento di moderne roots ballabili che portano fresco in quest’arsura, una colonna sonora perfetta, per un settembre che si è già avvicinato, scritta, suonata ed interpretata da un campione che da sempre mixa bianco & nero in un’America ancora riottosa al miscuglio grigio del derivativo che ne verrebbe fuori.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Roadrunner Records 2011


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