lunedì 31 ottobre 2011

The Drums - Portamento (Recensione)

The Drums - PortamentoL’estate se n’è andata, subentra l’inverno, seguono i The Drums sulla scia di un’onda più fredda e di qualche linea di paraffina fra le dita. Anche se vennero additati subito quali i surfisti del rock, quelli del ritornello spensierato di Forever, And Ever, Amen, bene, c’è una novità: anche per loro arriva il freddo, anche per loro arriva il secondo album. E si sono rimboccati le maniche.

Avranno seguito il corso naturale delle stagioni, e si saranno adattati allo scendere delle temperatura all’ombra del crepuscolo per generare un album come Portamento; e, dettato un titolo così preciso, non c’è che dire, l’hanno fatto con eleganza e coerentemente ad un mood continuo, sottile, nostalgico come il basso dei New Order e con lo stesso fare di un Morrisey ispirato e campionato. Portamento è l’attenzione con cui poniamo un piede dietro l’altro mentre combattiamo ventate gelide e tarli della mente.

Non lo nego. Quella dei the Drums è un’ottima prova di ritorno sulle scene. Sono più dark, più sincopati, più sofferti ed evanescenti, ma sono un’ottima medicina per sopportare l’allontanarsi della bella stagione. Del campionatore si è quasi abusato, al pari dei falsetti di Jonathan Pierce. Se Book Of Revelation ( starting track ) è un motivo proprio della band ma con i ‘germi’ del cambiamento, si deve immaginare il resto dell’album. Pierce e soci si colorano di un po’ di umanità gelida e tormentata, quella che troveresti nel più contorto dei pezzi dei Placebo , ma senza toccare vette esistenziali, sempre mantenendosi su di un piano di superficialità - che poi, così superficiale non è.
And the days go by, canta Days: siamo inerti esattamente come un Benjamin Braddock alla deriva della sua piscina mentre guarda la sua vita prendere pieghe inaspettate. What You Were attacca con una carica sconosciuta alla maggior parte delle canzoni restanti, e resta nella mente. La strana miscela malinconica e il riverbero acido che tingono ogni pezzo raggiunge una dimensione quasi pulp in Money, pezzo clue dell’intero album. Please Don’t Leave è un perfetto mood eighties a cavallo tra un pezzo dei Police e uno degli Smiths ( come la track finale, How It Ended ). L’attacco di If He Likes It Let Him Do It non ha molto di diverso da i primi secondi di Ceremony dei New Order, per quanto si perda in un synth che si fonde con la voce di Jonathan Pierce, mentre il riverbero tocca quasi situazioni dub in I Need A Doctor.

La maturità sembra essere arrivata anche per loro che si erano lanciati sulla scena mondiale all’urlo di Oh mama, I wanna go surfin’!, maturando sound, falsetti e atmosfere orderiane, con il pragmatismo di chi dice “And I believe that when we die, we die”. E se non è una rivelazione da oracolo, ma una semplice ovvietà, è anche vero che c’è bisogno di qualcuno che ce lo ricordi, magari con l’aiuto di qualche accordo amaro di basso.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Moshi Moshi / Island Records


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