mercoledì 9 novembre 2011

Zola Jesus - Conatus (Recensione)

Zola Jesus - ConatusPartendo dal presupposto che l’ultimo lavoro di Zola Jesus, al secolo Nika Roza Danilova, si propone come una netta cesura nella sua produzione artistica, non stiamo qui a giudicare il cambiamento necessariamente come una perdita di valore o come uno svuotamento di contenuti.

La pulzella (classe ’89) data il suo esordio nel 2009 con un full-length “The Spoil” e si presenta come un talento che punta alla sperimentazione del sound mirando ad esplorare luoghi ancora incolti nell’ambito musicale. Non a caso viene subito paragonata a grandi nomi della musica, come Lydia Lunch, Kate Bush, Siouxsie and the Banshees.
La si può quindi subito etichettare a tutti gli effetti come un’artista attiva sul piano della musica sperimentale che spazia in modo originale tra goth, classica e industrial.
Dopo l’Ep “Stridulum” e il full-lenght “Stridulum II” pubblicati a breve distanza l’uno dall’altro è la volta di “Conatus”, targato Sacred Bones.
Zola Jesus ci regala un album diverso dagli altri, più pulito, più semplice, di ampio respiro, ricco di echi e richiami. Richiami che non dovrebbero sorprendere e a cui siamo abituati, già il suo pseudonimo Zola Jesus è un evidente omaggio a Emile Zola e a Gesù.
Il brano di apertura “Swords” dalle corde un po’ superficiali lascia subito spazio alla seconda traccia “Avalanche” che invece ci immette, già dalle prime note, in un’atmosfera più cupa, caratterizzata da cori evocativi e che bene si intonano con il nuovo gusto musicale con cui l’artista russo-americana ha voluto improntare l’intero album, usando un apparato di archi di cui non si era servita nei precedenti lavori. A continuare l’album, il primo singolo, il porta-bandiera “Vessel” che va a rievocare, nel modo di spingere l’apparato vocale e negli umori dark, la Pj Harvey di “Stories From The City, Stories From The Sea”
Un “Hikikomori” che si presenta superficialmente come una lirica dai colori allegri quando invece, come indica la parola giapponese stessa (‘Hikikomori’-ritiro), ci troviamo immersi in uno stato d’animo cupo, nel quale il male di vivere che affligge migliaia di persone viene espresso in una muta ribellione. E' la sonorità della parola a tradire il suo significato, così come nel brano di Zola Jesus, uno stato d’animo chiuso e riservato viene svelato in modo così aperto e ballabile riecheggiando sonorità tipiche degli XX.
Un’esplosiva “In Your Nature” potrebbe riportar alla mente la reinterpretazione del Boss di “Dream Baby Dream” dei Suicide ed una timida “Skin” in evidente contrasto con il resto dell’album, lascia scivolare sul finale “Collapse” con il suo tappeto di synth in una lenta nenia a chiudere quello che è l'album che porta in modo definitivo Nika all'attenzione mondiale.

Vorrei in conclusione triturare un concetto che mi ha affascinato molto enunciato da Daniel Pennac nel suo “Come un Romanzo”. I 10 diritti di chi legge, il quale ha libertà di leggere o non leggere, di saltare capitoli, di riprenderli, di lasciarli a metà, così ora vorrei applicare lo stesso principio ad un’artista che ha diritto di sperimentare, di fare un passo indietro, di mettersi in stand by, così come un ascoltatore possiede la facoltà di ascoltare o di farne a meno.
Perché è ormai moda tacciare di poca originalità chi non cambia mai il proprio modo di fare musica come è altrettanto criticabile chi decide di dare una sterzata alla propria produzione. Conatus appare in tutto e per tutto un momento di respiro di questa giovane artista alla quale obiettivamente si può criticare davvero molto poco, in attesa di una svolta futura.

Voto:◆◆◆
Label: Sacred Bones

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