lunedì 29 ottobre 2012

Hugo Race & Fatalists - We Never Had Control (Recensione)

Ipnotico è senza il minimo dubbio il vocabolo che meglio mette a fuoco il nuovo lavoro del musicista australiano Hugo Race & Fatalists, “We never had control”, un trip Celineano ai confini della notte, nei raggi del buio e al centro del deliro della passione, percorsi notturni di amori scostanti, blues scalcagnati e poesia magniloquente, canti alla luna soffusi, doloranti e di rinascita che si rotolano in un minimalismo di base come in un gioco delle parti, inconfessabili, ma delle parti.

L’artista di Melbourne, ma oramai adottato in Italia e già membro dei Bad Seeds di Nick Cave, prosegue i suoi lunghi cammini polverosi tra deserti dell’anima e canyon dello spirito, una continua ricerca di un qualcosa che riga e graffia dolcemente tutto l’agroamaro che secerne una vita in solitaria, una forte attenzione per tutto quello che è evanescente e frammentato da tramutare in un secondo tempo in una alchimia stupendamente torbida e filigranata; non è una plastica dimostrazione di esperienze ai bordi della poemica noir di Cave, ma l’estrazione personale di una profondità perduta, ritrovata e rimessa in tiro per un lamento melodico grezzo che accentua tutta la dolcezza di fondo di questo artista, e queste otto tracce ne sono la conferma e la colorazione al netto senza additivi.

Un susseguirsi di fantasmi, coscienza, amori, la gola bruciata di Lanegan, fragilità e polvere americana, tutto si rotola in sciamanesimi chitarristici “Ghostwriter”, andature mex che portano dritte alla corte dei CalexicoSnowblind”, gli abissi intimi dei pensieri “Shining light”, una musica a tratti gelatinosa a tratti cullante, un ascolto sotto coperta con stelle a fare da lampadario e bocconi amari da cena, cena che si fa ancor più amara quando il tocco chitarristico si fa lancia stordita tra il blues magnetico del Mississippi e le magnesie alchemiche di quello del Mali “Meaning gone”; l’arte di Race non è quella solamente di musicare l’oscuro, ma anche quella di mettere in piedi una nuova polarità magnetica che unisca le attrattive e le infiltrazioni estetiche di una certa “Loner Generation”, quella concezione sospirante che tramanda e rincorre la sensualità del sentirsi solo e la fantastica dimestichezza con il proprio io, del proprio se stesso intorno al cerchio della vita di frontiera “No angel fear to tread”.

Avete preso posto vicino allo stereo o vi siete armati di cuffie? Allora Buon Viaggio!

Voto: ◆◆◆
Label: Gusstaff Records 2012



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