domenica 11 novembre 2012

?Alos/Xabier Iriondo - Endimione (Recensione)

Endimione dorme. In qualunque versione del mito greco che vede protagonista questo bel giovanotto lui dorme, per trenta, cinquant'anni o forse per l'eternità. Endimione disco invece non fa dormire: dopotutto dall'accoppiata ?Alos-Xabier Iriondo non è che ci si potesse aspettare qualcosa di meno che inquietante, se poi ci aggiungiamo che si ispirano in questi 8 pezzi ai madrigali di Antonin Artaud (uno che da quel che ne so già non era precisamente allegro) il gioco è fatto. Sperimentale fino all'estremo, Endimione è il classico album che non può essere guardato in maniera oggettiva ma solamente soggettiva, quindi le parole che troverete scritte sotto le potete anche buttare nel cesso perchè le mie impressioni saranno sicuramente (o quasi) diverse dalle vostre. Chi me lo fa fare quindi? Boh, probabilmente il masochismo.
Se l'iniziale “”Georges Gabory” vi fa star male evitate di andare avanti. L'incalzante base elettronica su cui ?Alos urla inquieta è forse la cosa più accessibile dell'intero album, e risulta efficace soprattutto quando a metà brano spunta fuori una chitarra distorta semplice ma d'impatto che dona ulteriore carica al risultato finale: con risultati più inquietanti si getta in questo tipo di sperimentazione anche “Charles Dullin”, più oscura sia come claustrofobicità sonora sia come violenza vocale, e la dualità sembra permeare anche altri brani del disco. Prendiamo “Robert Mortier” e “Florent Fels”: nella prima la voce stranamente sussurrante della cantante degli OvO è accompagnata da rumorismi minimali in sottofondo, nella seconda la voce si fa più decisa ed urlata nel finale, mentre in sottofondo c'è semplicemente il casino più totale, per fortuna a sprazzi. Quale sia l'utilità di questi due brani nell'economia generale dell'opera lo ignoro, ma dopotutto ignoro anche per quale motivo in “Genica Atanasiou” ?Alos vomiti rabbia sul sottofondo spesso volutamente dissonante di una canzoncina francese riprodotta da un grammofono. Un po' più di ordine (prendete con le pinze questa dichiarazione) viene fuori in “Marguerite Jamois”, dove una chitarra acustica malinconica centellina accordi tristi sui lamenti funebri ma efficaci della vocalist, che trasmette sofferenza ed inquietudine soprattutto quando nel finale parte un arpeggio ossessivo: con le dovute distanze in fatto di suoni e di vocalizzi si avvicina a questa “struttura” “Simone Dulac”, dove la chitarra elettrica slide accompagna balbettii assortiti per finire con un altro arpeggio. A chiudere il quadro generale “Cruel Restaurant”, che lascia spazio esclusivo ai rumorismi chitarristici gratuiti e desolanti di Iriondo, e i francesismi al grammofono non riescono ad evitare che la noia vinca nei quasi 5 minuti del brano conclusivo.
L'ho ascoltato attentamente questo album, e svariate volte, perchè a limitarsi al primo ascolto la maggior parte della gente scapperebbe a gambe levate anche se abituata a roba pesante o delirante. Alcune invenzioni sono efficaci, trasmettono sensazioni intense ed un disagio che, se anche non è la cosa migliore da trasmettere, perlomeno lascia l'impressione di ricevere qualcosa dalle “note” di questa musica. Altre cose sembrano invece messe lì perchè fare casino è bello, e se non lo capite non ci possiamo fare niente. Un po' come i film di David Lynch, che mi immagino girare cose sempre più assurde e senza senso solo per il gusto di leggersi poi tutte le teorie di giornalisti e fan su ciò che ha voluto dire con il tal film, ridendo sotto i baffi conscio che un senso all'opera qualcuno glielo darà anche se lui non ci ha minimamente pensato. Io un senso a questo album non so e non voglio trovarlo, ma è meno fastidioso di quello che immaginavo e in alcuni punti stupisce. In ogni caso dubito che lo riascolterò, perchè spesso mi sembra che mi/ci prendano per il culo.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Brigadisco

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